La Nuova Sardegna, oltre un secolo di vita

La testata fondata nel 1891, chiusa per 21 anni dal fascismo e rinata nel 1947

La storia della Nuova Sardegna in parallelo va di pari passo con quella del concorrente cagliaritano L’Unione Sarda e ne percorre, dall’altro capo dell’Isola, le medesimi vicissitudini. Non un organo di informazione, come intendiamo modernamente un quotidiano indipendente e di opinione (lo diventerà in seguito), ma come strumento politico che deve appoggiare le idee e le campagne elettorali in un determinato gruppo e di un élite borghese, intellettuale e progressista rispetto agli avversari conservatori. Il tutto va inquadrato nel momento storico di fine secolo XIX, in cui sono in gioco forti interessi per le elezioni comunali, provinciali e per la Camera dei deputati. Per tracciare un rapido e incisivo quadro delle origini della Nuova chiediamo aiuto allo storico e giornalista Manlio Brigaglia (1929-2018) che, oltre ad essere stato un punto di riferimento dell’ateneo sassarese, è stato anche un vivace, lucido e prolifico commentatore e articolista della pagina culturale. Uno storico che ha attraversato come protagonista e testimone le vicende della stampa sarda dal dopoguerra ad oggi.

Su Manlio Brigaglia è uscito postumo nel 2018 il volume “Tutti i libri che ho fatto”, una lunga intervista a cura di Salvatore Tola e Sandro Ruju in cui il personaggio attraversa mezzo secolo di storia della stampa e dell’informazione in Sardegna, tra libri, quotidiani, periodici, riviste culturali, radio e televisione, con particolari riferimenti agli editori sardi. A proposito si veda il post su questo sito e ovviamente si rimanda al bel libro ricco di riferimenti, aneddoti e curiosità.

Manlio Brigaglia

Le origini della Nuova

E allora partiamo dal racconto di Manlio Brigaglia: «Quando nell’agosto del 1891 esce come settimanale e poi dal 17 marzo successivo come quotidiano, La Nuova Sardegna ha almeno due caratteristiche. La prima è che gli uomini che ne sono fondatori e ne saranno, in gran parte redattori principali, si stanno anche candidando a governare la città e il suo territorio. La seconda è che il giornale di giovani progressisti, democratici e repubblicani è un “giornale di minoranza”». Questi protagonisti sono tutti avvocati: Filippo Garavetti che sarà poi deputato e senatore; Pietro Satta Branca, sindaco e deputato; Enrico Berlinguer (nonno dell’omonimo politico leader del Pci) e Pietro Moro, consiglieri comunali e provinciali. Con loro, all’inizio, anche il docente universitario Giuseppe Castiglia e due noti medici, Pasquale Ponzi e Antonio Zanfarino (nonno del futuro presidente della Repubblica Francesco Cossiga). Ma alle elezioni del 1900 passeranno sul fronte opposto, nel campo conservatore.

La Nuova nasce in un contesto stracittadino, figlia di uno strenuo confronto tra i vari gruppi politici che si confrontavano in vista delle elezioni comunali. Esattamente come era accaduto due anni prima a Cagliari con la comparsa dell’Unione Sarda. Per le elezioni del 1890 il capo dei monarchici conservatori, Salvatore Manca Leoni e il capo dei repubblicani progressisti, Gavino Soro Pirino, decidono di allearsi in una lista comune. Un abbraccio che fa gridare allo scandalo e suscita la reazione dei giovani progressisti. Così Garavetti, Satta Branca e amici, danno vita a una lista dei “giovani” che vincerà le elezioni e l’anno dopo fonderà La Nuova Sardegna. Quell’aggettivo non è casuale, in quanto espressione di una reale opposizione che trova spazio e voce proprio sulle pagine del quotidiano. Si avvicina a posizioni vicine ai repubblicani, ma soprattutto ai socialisti che in campo nazionale fanno riferimento al leader Felice Cavallotti, amico carissimo di Garavetti. La Nuova sposa le battaglie di Cavallotti che sarà in Sardegna due volte (1891 e 1896) soprattutto sulla “questione morale”. Brigaglia ricorda un significativo episodio quando a Sassari arrivò la notizia della sconfitta di Adua e gli studenti del liceo Azuni si riversarono in piazza d’Italia al grido «A morte Crispi! Viva la Nuova Sardegna!».

All’inizio del secolo troviamo La Nuova in crescita e su posizione tra repubblicani e radicali, ispirandosi come modello al giornale più diffuso d’Italia, Il Secolo, sia per la linea politica che per l’impostazione editoriale. Nei primi anni di vita arriva ben presto alle cinquemila copie con una capillare diffusione a Sassari e nella provincia che all’epoca comprendeva anche parte del Nuorese. Sulle sue pagine compaiono le firme di politici e letterati, tra cui il poeta e oratore barbaricino Sebastiano Satta. La prima sede in via Giardini (l’attuale via Brigata Sassari) dove si trovava la tipografia Gallizzi che stampava il giornale.

La linea politica – rileva lo storico sassarese – era di opposizione al potere, rispecchiando più la minoranza che i partiti vincenti nelle amministrative locali e nelle politiche. Un “ribellismo” e una posizione critica che contraddistingueranno La Nuova nel tempo, ne segneranno il successo e anche le sfortune (sino alla chiusura in epoca fascista). Nel 1906 è a fianco dei minatori durante i sanguinosi moti di Buggerru e affronta con toni accesi il dibattito sul fenomeno del banditismo nelle zone centrali dell’Isola, che non può essere combattuto e sconfitto solo con l’invio di reparti di carabinieri e la repressione poliziesca. Quando nel 1899 il prefetto Cassis organizza la grande spedizione contro i banditi barbaricini – quella raccontata da Giulio Bechis nel celebre libro “Caccia grossa” (prima edizione uscita a Milano nel 1900) – La Nuova prende le difese non certo delle bande, ma dell’intera popolazione che, per fare terra bruciata, viene vessata e sottoposta a un incredibile regime di polizia con arresti in massa e ingiustificati, sequestri giudiziari, soprusi di ogni genere. Con lo spirito caustico dei sassaresi compare una rubrica che stigmatizza e ironizza sulle attività del corpo di spedizione comandato dal generale Pelloux. Titolo della rubrica: «Testa di Cassis»!

Il direttore combattente Medardo Riccio

Alla direzione del giornale dal 1893 c’è un esperto giornalista, Medardo Riccio, valoroso combattente nella Grande Guerra a cui dedicherà un libro di memorie, il quale resterà in sella sino alla morte nel 1923. A lui il compito e il merito di far crescere il giornale in tutti i sensi e di traghettarlo oltre la prima guerra mondiale che, seppure combattuta lontano, coinvolse duramente i sardi chiamati alle armi. Oltre centomila, uno e più per ogni famiglia, della popolazione maschile dai diciotto anni in su.

Tra il 1919 e il 1922: laboratorio di dibattito

Nel primo ventennio Brigaglia focalizza due periodi significativi che cambiano in qualche modo la vita del giornale. La prima svolta nel 1910- 1913 quando Garavetti, tra i maggiori animatori del quotidiano, viene nominato senatore nel governo Sonnino «beccandosi l’epiteto di repubblicano del re dai giovani repubblicani sassaresi». La seconda coincide con la guerra in Libia che ricompatta l’intera borghesia italiana, compresa quella sassarese, in nome di un nazionalismo tardo-risorgimentale. Il 1913 è l’anno del suffragio universale e, in vista delle elezioni, Satta Branca fonda a Sassari la sezione del partito radicale. È la fine della Nuova come laboratorio di dibattito e riflessione politica, animato dall’interesse della borghesia cittadina. Come ben evidenzia Manlio Brigaglia «la storia della Nuova fra il 1910 e il 1922 è un autentico modello di quella che potrebbe essere la spiegazione della presa di potere del fascismo… Il giornale riflette l’evoluzione di quella borghesia cittadina intransigente e progressista, attestata sempre all’opposizione e critica verso il potere che, per il tramite dell’interventismo, scivola verso posizioni sempre più moderate, quando non addirittura reazionarie».

Di fronte ai successi in campo nazionale del Partito popolare e al diffondersi nell’Isola tanto del rivendicazionismo sardista degli ex combattenti, quanto della protesta popolare guidata dal Partito socialista, la borghesia sassarese sceglie la terza via: quella del nascente fascismo. Lo stesso Riccio e anche Pietro Satta Branca assumono posizioni nettamente filofasciste. A dare la svolta verso una direzione opposta che riporterà la testata alle originali posizioni di voce del contropotere, saranno nel 1923 le morti premature di Riccio e di Satta Branca.

Al timone arriva Arnaldo Satta Branca

Alla direzione arriva il figlio di Satta Branca, Arnaldo, che a Roma faceva l’avvocato e frequentava la redazione del giornale Volontà, dove aveva stretto amicizia con socialisti, Gaetano Salvemini e i sardi-sardisti Lussu, Camillo Bellieni e Francesco Fancello.

Il 1924 è un anno decisivo per il Paese con l’ascesa inarrestabile di Mussolini che dopo la marcia su Roma del ’22 ha messo le mani sul Parlamento scatenando i suoi uomini dentro l’aula di Montecitorio, nei Comuni e anche fuori. La lotta politica, fatta anche di violenze e sopraffazioni, culminerà col delitto Matteotti e la presa di potere definitiva del fascismo. Gli eventi in Sardegna si riflettono pesantemente sui due principali quotidiani sardi e in particolare sulla Nuova che presto si schiera apertamente contro il fascismo. Alle elezioni del 1924 il giornale appoggia Mario Berlinguer, che negli anni della Prima Guerra era stato corrispondente da Roma e fautore dell’interventismo sia pure su posizioni democratiche. Berlinguer a Sassari viene eletto deputato, mentre a Cagliari viene bocciato il vecchio leader liberale Cocco Ortu, decano del Parlamento, consigliere della Corona e tra i fondatori dell’Unione Sarda.

La soppressione

La Nuova ha fatto la sua scelta di campo e si appresta a una dura opposizione dalle pagine del giornale. Filippo Garavetti, uno degli ex giovani fondatori, ha aderito al fascismo ed è costretto a cedere le sue quote azionarie, così come gli eredi di Riccio passano le loro ai fedelissimi stampatori fratelli Gallizzi. È guerra aperta che i giornalisti guidato da Arnaldo Satta Branca combattono ogni giorno. Violenze, assalti alle edicole, falò dei giornali, insulti e minacce non fermano il loro lavoro quotidiano che va avanti coraggiosamente per un anno e mezzo. A mettere il bavaglio alla testata è un decreto prefettizio che, grazie alla legge promulgata all’indomani del delitto Matteotti, consente il sequestro preventivo della stampa.

 

Il momento arriva a metà gennaio di quel 1926 quando si tiene a Sassari il congresso provinciale del Partito Nazionale Fascista che, già dal 1924, per contrastare La Nuova ha dato vita al suo quotidiano L’Isola (verrà chiuso nel 1946 con la rinascita e la rivincita dello storico giornale). Dal palco si scatenano le invettive dei piccoli ras fascisti che chiedono a gran voce la chiusura della Nuova.

Brigaglia ricorda un deputato, l’on. Caprino, che era anche il caporedattore de L’Isola, appellarsi alle autorità per la soppressione immediata. Si arriva così all’inevitabile epilogo. All’indomani del congresso il prefetto ordina il sequestro per tre giorni, gli ultimi di una serie che ha messo in ginocchio la società editrice, coprendo di debiti i tipografi Gallizzi. Il numero 21-22 esce con una prima pagina di commiato. Brigaglia sottolinea che «quel foglio rappresenta un unicum eccezionale nella storia del giornalismo italiano: in prima pagina compaiono su un colonnino la cronaca del congresso del PNF e il decreto di sequestro. A fianco su cinque colonne una serie di pubblicità scelte tra le più “volgari”: mal di piedi, gambe piagate, stitichezza, l’insetticida Razzia».

La Nuova Sardegna non uscirà più per ventun anni, per rinascere il 27 aprile 1947 con direttore lo stesso Arnaldo Satta Branca che aveva firmato l’ultimo numero nell’era fascista.

La rinascita nel 1947

In quell’immediato dopoguerra sono stati molti gli sconvolgimenti bellici e politici, in seguito alla caduta del regime. Per quanto riguarda la stampa il primo passo fatto dal Comitato di concentrazione antifascista è la “defascistizzazione” del quotidiano L’Isola di cui viene incaricato proprio Arnaldo Satta Branca, il quale rifonda la redazione con un gruppo di fidati colleghi e chiama a collaborare personalità dell’epoca prefascista. Il 31 dicembre 1946 viene chiuso il giornale, mentre il direttore già lavorava per riaprire la storica testata che farà la ricomparsa in edicola nella primavera successiva. Ma la nuova-Nuova (giocando sulle parole) ha un piglio diverso da quel foglio ribelle e di coraggiosa opposizione che ne aveva contraddistinto i primi vent’anni di vita. L’Italia repubblicana e anche la Sardegna sono profondamente cambiate, il confronto si è portato su altri grandi temi come il dibattito sulla ricostruzione, sullo sviluppo, sulle rivendicazioni autonomistiche che culmineranno con la proclamazione della Regione Sarda nel 1948. Il confronto è soprattutto tra i partiti che vanno cercando l’affermazione elettorale e il consenso, con la forte contrapposizione tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista che a Sassari sono entrambi ben rappresentati.

La vecchia sede in via Porcellana

Aldo Cesaraccio, penna pungente e anima della redazione

L’anziano Satta Branca si fa da parte e lascia mano libera ad Aldo Cesaraccio (scomparso nel 1991 a 78 anni), penna pungente ed energico organizzatore. Come caporedattore guiderà il giornale per un intero ventennio (1947-1967) e ne sarà direttore per quattro anni (1971-1974). È rimasta celebre la sua rubrica “Il Caffè” che firmava con lo pseudonimo “Frumentario”, un corsivo che piaceva molto al suo pubblico di affezionati lettori e rispecchiava l’anima critica e ironica dei sassaresi. La firma derivava dall’antico locale della Frumentaria dove nel 1899 nacque l’Unione popolare, una vera scuola di educazione politica popolare.

La Nuova cresce in concorrenza con L’Unione Sarda, con cui si spartirà la diffusione delle copie nell’intera isola tenendosi su posizioni moderate. Alla metà degli anni Sessanta si è già affacciato in Sardegna l’imprenditore Rovelli che punta ad avere una sua voce nella stampa per i propri fini economici e politici. Così acquista le quote azionarie frazionate nella proprietà che appartenevano alla borghesia sassarese. «Gli ultimi a vendere – è il ricordo personale di Brigaglia – furono gli stampatori Gallizzi. Vidi il vecchio Tonino piangere nel dire “Questo è tutto sangue di nostro padre…”».

In proposito si veda il recente volume  “La Nuova Sardegna ai tempi di Rovelli. Piombo, petrolio e Monopolio. Vicende, protagonisti e retroscena dall’Unione Sarda a TuttoQuotidiano”, a cura di Sandro Ruju (Edes, 2018).

Il periodo di Rovelli dura tredici anni, difficili e tempestosi che videro la redazione spaccata e in parte in contrasto col direttore Cesaraccio. Il giornale si adeguò alle direttive del processo di “rovellizzazione”.

Arriva l’editore Caracciolo

Dopo la fine della SIR di Nino Rovelli, nell’autunno del 1980 La Nuova Sardegna passa nelle mani del gruppo Espresso-Repubblica. È una svolta che garantisce un grande successo editoriale e giornalistico. Il quotidiano sassarese è una delle testate principali della compagine creata da Carlo Caracciolo, che punta con decisione non solo sul prestigio dello storico settimanale di battaglia politica e sul moderno quotidiano di Eugenio Scalfari, ma anche sul radicamento dei giornali locali. Con l’agenzia Agl viene sviluppato un innovativo ed efficace sistema di sinergie tra le diverse realtà territoriali. In questo periodo il giornale cambia veste col formato tabloid uguale a Repubblica e agli altri giornali del gruppo, porta i computer in redazione e cambia più volte grafica, modernizzando produzione e prodotto che viene stampato in un nuovo e grande centro stampa nella zona industriale.

Le sedi: da via Porcellana a Preda Niedda

Dai primi anni all’epoca di Rovelli La Nuova Sardegna ha conservato la sua sede storica nella centrale via Porcellana n.9, dove aveva la redazione, l’ufficio della pubblicità, la tipografia e persino la rotativa che dopo mezzanotte partiva col rumore di un treno. Solo nel 1988, con Caracciolo, si decide di trasferire il centro stampa alla periferia, in viale Porto Torres, in un edificio in grado di accogliere macchinari capaci di stampare più copie sia della Nuova che di Repubblica, il giornale “madre” del gruppo che, grazie alla teletrasmissione, può arrivare nelle edicole di tutta l’Isola molto presto insieme alla testata sassarese. Redazione e uffici della pubblicità Manzoni restano in via Porcellana, un punto di riferimento per tutti i sassaresi nel cuore della città.

Il grande salto avverrà solo nel giugno del 2005 col trasferimento totale del giornale (redazione e centro stampa) nella nuova sede di Predda Niedda, nella zona industriale.

I direttori che arrivano dalla penisola

La sede a Preda Niedda

Con l’avvento dell’editore Caracciolo è confermata la linea laico-progressista che ha caratterizzato La Nuova Sardegna fin dalla fondazione, ma con un respiro regionale. Il primo direttore della nuova fase è Luigi Bianchi (1980), seguito da Alberto Statera (1983), Sergio Milani (1986) e Livio Liuzzi (1991) che, proveniente dal Tirreno di Livorno, era stato caporedattore con Bianchi. L’avvio del nuovo corso del quotidiano sassarese si completa proprio con Liuzzi, che rafforzerà il sistema delle edizioni locali: a quelle di Sassari, Cagliari, Nuoro, Oristano e Olbia viene aggiunta la redazione del Sulcis-Iglesiente per un maggiore radicamento in tutto il territorio dell’informazione di interesse regionale. Radicamento che accresce la competizione con il tradizionale concorrente (L’Unione Sarda), soprattutto nelle zone di confine dove le notizie sui fatti di cronaca fanno la differenza giornaliera nelle vendite.

A cavallo degli anni Ottanta e Novanta La Nuova, passata con tutto il gruppo Espresso-Repubblica dal duo Caracciolo-Scalfari all’industriale-finanziere Carlo De Benedetti, viene coinvolta nella “guerra di Segrate”, lo scontro tra Silvio Berlusconi e De Benedetti sul controllo e poi la spartizione della Mondadori, socio del gruppo editoriale. Come quasi tutti i giornali locali, il quotidiano sassarese resterà nelle mani di De Benedetti, che ribadisce la linea politico-editoriale di Caracciolo.

Dopo Liuzzi arrivano Stefano Del Re (2005), Paolo Catella (2010) e Andrea Filippi (2013), ai quali è capitato il non facile compito di avviare lo sbarco sul web e soprattutto di gestire la fase della crisi editoriale che ha colpito duramente anche l’informazione giornalistica italiana e sarda: meno copie vendute in edicola, meno pubblicità, insufficiente apporto economico dal web.

Antonio Di Rosa

L’ultimo direttore chiamato a governare l’attuale difficile momento (dal dicembre del 2017) è il messinese Antonio Di Rosa, giornalista di grande esperienza, con un passato al Corriere della Sera e in altre importanti testate nazionali. Come si vede alla direzione del giornale sassarese si avvicendano negli anni giornalisti non sardi, provenienti da diverse esperienze in giornali nazionali o del gruppo Finegil.

Il taglio delle sedi e delle edizioni locali

A fare le spese della crisi delle copie sono le edizioni più lontane dalla sede centrale di Sassari: prima chiude il Sulcis-Iglesiente (2009), quindi quella di Cagliari (2013). La Nuova, come tutti gli altri, si attrezza per resistere a questa difficile fase e punta sempre più alla multimedialità. Cresce il numero di lettori che si rispecchiano nei social network e vogliono far sentire la loro voce con commenti, lettere e semplici sondaggi. Il notiziario del web si arricchisce, la sfida continua per tenere viva e vivace una testate che da oltre un secolo fa sentire la sua voce.

Il “falso” storico del 1992

Per celebrare l’anniversario tondo scrisse bene Brigaglia: «Nel 1992 La Nuova ha compiuto i suoi cent’anni. È un piccolo falso storico perché in realtà, se è vero che è nata come quotidiano nel 1892, è anche vero che ha vissuto finora soltanto 81 anni poiché è rimasta chiusa per 19 a causa del fascismo. Però – conclude lo storico sassarese – a mio parere quegli anni di silenzio sono il primo dei suoi titoli di nobiltà». Il sassarese, infine, è legato in modo viscerale al suo giornale: ogni esperimento fatto in un recente passato per contrastarlo “in casa”, nel tentativo di portargli via solo qualche centinaia di copie, è miseramente fallito. Ed è questa la vera forza della testata.

Fonti:

Estratto aggiornato dal volume di Carlo Figari “Dalla linotype al web…” (Cuec, 2014)

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