L’Unione Sarda, una storia secolare

I 130 anni di vita del quotidiano cagliaritano

L’Unione Sarda comincia le pubblicazione a Cagliari domenica 6 ottobre 1889 con un numero di saggio, diventando quotidiano il 17 dicembre sotto la direzione di un giovane giornalista (aveva 23 anni) Marcello Vinelli. Viene fondato per appoggiare un gruppo politico di liberali della sinistra giolittiana che a Cagliari ha il suo leader in Francesco Cocco Ortu senior, comproprietario della testata. Sul piano politico è legato al ministro e poi capo del governo Zanardelli. È sostenitore di un decentramento, di una maggiore autonomia e della necessità di una legislazione speciale per la Sardegna. 

La Nuova Sardegna nasce come settimanale a Sassari il 9 agosto del 1891, alla vigilia di elezioni comunali, e diventa quotidiano il 17 marzo dell’anno successivo. Politicamente appoggia il deputato Filippo Garavetti, repubblicano legato all’estrema sinistra del radicale Felice Cavallotti. Del gruppo dei fondatori fanno parte Enrico Berlinguer, i fratelli Pietro e Rosolino Satta Branca e altri rappresentanti della borghesia intellettuale e di sinistra della città. Alla direzione nel 1893 arriva un abile ed esperto giornalista, Medardo Riccio, che proviene da L’Avvenire di Sardegna, il giornale cagliaritano che aveva chiuso in quell’anno, soppiantato dal nuovo quotidiano cittadino L’Unione Sarda. 

Sulla piazza sarda restano e si affermano così L’Unione e La Nuova, che riflettono gli sconvolgimenti politici, economici e sociali del primo scorcio del Novecento. Rispecchiano senza dubbio il dibattito politico, appoggiando e schierandosi apertamente a favore dei gruppi dirigenti a cui fanno capo, ma cominciano a distinguersi per un ruolo informativo sempre più accurato e capillare e soprattutto vivono grazie a una crescente raccolta pubblicitaria. 

Isola di analfabeti

Si modernizzano anche tipograficamente e raggiungono insieme una tiratura di ventimila copie (non a caso è pari al numero delle persone che in quegli anni vanno a votare in Sardegna dove l’indice di analfabetizzazione raggiunge nelle campagne il 90 cento degli abitanti). L’Unione è su posizioni liberal-conservatrici, La Nuova liberalradicali: sono tendenze che riflettono le differenti posizioni sociali delle classi dirigenti cittadine legate a Cagliari alle attività commerciali e alla borghesia imprenditoriale, a Sassari alle libere professioni, all’artigianato e alle campagne. 

La sede in viale Regina Elena

Nel 1916 L’Unione si trasferisce nella storica sede di viale Regina Elena con una rotativa in grado di stampare sei pagine. 

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Sotto il fascismo

Interessante osservare le modifiche delle testate in quegli anni di consolidamento del fascismo che, con la censura e il controllo di tutta la stampa, è alla ricerca di un’affermazione totale del consenso popolare e delle élite borghesi. Nel 1926, sotto la testata L’Unione Sarda, compare a completamento la dicitura “Il giornale di Sardegna”, a significare il ruolo del quotidiano cagliaritano come organo di informazione per tutta l’Isola. Nel 1928 diventa “Politico quotidiano”, sino al 1938 quando sotto la testata viene reso esplicito il ruolo del Pnf con la scritta “quotidiano fascista della Sardegna”. 

Dopo i fatti dell’8 settembre 1943 e l’armistizio, cade il fascismo nell’Isola che nell’ottobre è già liberata e completamente nelle mani degli alleati angloamericani. Dal 1943 L’Unione, dunque, ritorna ad essere quotidiano politico della Sardegna e dal 1946 quotidiano indipendente. Inizia così l’epoca del secondo dopoguerra, con la proclamazione della Repubblica, la nascita della Regione Autonoma (1948), la ricostruzione e tutti gli eventi politico, economico e sociali che caratterizzeranno gli anni Cinquanta.

Il personaggio Ferruccio Sorcinelli 

Nel complesso quadro storico a cavallo della Prima guerra mondiale si registrano in Sardegna cambiamenti economici importanti grazie alle iniziative di imprenditori sbarcati dalla penisola con propri fondi e capaci di attingere al credito bancario con idee e progetti innovativi per l’epoca. 

L’avvocato Ferruccio Sorcinelli, nato ad Arezzo nel 1876, faceva parte di quella ondata di imprenditori (liguri, toscani, lombardi, veneti, piemontesi e campani) che giunsero in Sardegna ai primi del secolo scorso per avviare le prime vere imprese industriali, commerciali e di trasporto. Il giovane aretino si arricchì rapidamente durante la Prima guerra fondando la società carbonifera di Bacu Abis, nel Sulcis, e promuovendo altre iniziative economiche, tra cui L’Unione Sarda. 

Quando nel 1920 accetta l’offerta dell’on. Luigi Congiu, anche a nome degli altri proprietari, Sorcinelli è già un personaggio affermato non solo nell’ambito regionale. Alle spalle ha importanti esperienze. Come ben racconta lo storico Paolo Fadda (autore di numerosi saggi sulla nascita della classe imprenditoriale sarda e su Cagliari), «Sorcinelli dimostra capacità, intelligenza, attivismo e determinazione». Dopo la laurea entra in magistratura, nel 1901 appena giunto nell’Isola lascia la carriera giudiziaria e viene nominato direttore della Banca d’Italia di Sassari. Nel 1904 fonda la Società Bancaria Sarda e scopre la sua vivace vocazione imprenditoriale, acquista miniere nel Sulcis e si arricchisce durante la guerra facendo affari con le industrie belliche. Quando nel 1920 acquista L’Unione Sarda lo fa con spirito innovativo, spinto da propositi politici ed economici. Per questo l’operazione verrà definita da qualche studioso come «il primo caso di esplicita scalata alla proprietà di giornali da parte di capitalismo sardo». Sino ad allora il giornale era stato lo strumento politico del gruppo liberale di sinistra che faceva capo al “vecchio” Francesco Cocco Ortu, critico sulle posizioni della destra e in passato anche dello storico sindaco Ottone Bacaredda. Nei primi mesi del 1920 Sorcinelli, con altri imprenditori del settore minerario, è impegnato nella dura vertenza contro i sindacati operai che rivendicano aumenti sindacali e migliori condizioni nella sicurezza del lavoro. 

Gli industriali si rifiutano di accettare gli accordi presi a livello nazionale a Roma in un clima di forti tensioni. Tra loro c’è la preoccupazione che il bolscevismo e il movimento operaio possano prendere il sopravvento anche nell’Isola. Così Sorcinelli schiera subito il suo giornale in prima linea a fianco del nascente fascismo e firma numerosi articoli con lo pseudonimo “Camicia Nera”. Francesco Cesare Casula ne traccia un incisivo profilo nel “Dizionario Storico Sardo”: «Prima fu vicino al Partito Radicale, di cui fu fiduciario regionale. Poi cercò un incontro con i Combattenti e i Sardisti e infine si schierò decisamente con il Fascio, in nome di un antibolscevismo viscerale. Fu tra i primi finanziatori e animatori dei Fasci di Combattimento in Sardegna e soprattutto nel Sulcis Iglesiente». Un fascista convinto, dunque, e della prima ora. Ma soprattutto coerente quando si schiera col giornale contro i fusionisti e il prefetto Gandolfo inviato da Mussolini per “normalizzare” il movimento cagliaritano. Durissime polemiche ebbe con Emilio Lussu, leader dei sardisti definiti da Sorcinelli “Rossomori”. 

L’Unione Sarda, interventista nei mesi precedenti la grande guerra, antisocialista e antisardista, nel 1920 viene acquistato dall’industriale minerario Ferruccio Sorcinelli, vicino al movimento fascista della prima ora e contrario alla fusione tra Pnf e Psd’Az. Dopo la morte prematura di Sorcinelli, che aveva dato comunque un notevole impulso al quotidiano con una nuova rotativa e una tipografia più moderna, diventa direttore il fascista Paolo Pili, ex dirigente sardista, che trasforma l’US nel giornale ufficiale del Pnf nella provincia di Cagliari. 

A Ferruccio Sorcinelli spetta un posto di grande editore perché all’azienda seppe dedicare un impegno forte ed appassionato, facendola crescere con investimenti e idee moderne. Porta nuove macchine e il giornale a partire dal 1921 viene prodotto interamente a composizione meccanica con le linotypes. Sorcinelli lavora con i figli Guido (in amministrazione) e Nando, direttore nomina Gino Spadaro, giornalista esperto chiamato dalla Gazzetta di Messina, che resterà alla guida per diciotto mesi. A lui succederà l’avvocato Francesco Caput, fascista della prima ora, che porterà avanti la polemica contro i fusionisti. 

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Sei quotidiani nel dopoguerra

Nel dopoguerra, nel quinquennio che segna l’avvento del fascismo e nell’Isola il serrato dibattito tra liberali, sardisti e il nascente movimento sardo-fascista che raccoglie molti reduci, escono ben sei quotidiani: oltre ai due principali giornali, Il Risveglio dell’Isola (socialista), il cattolico Il Corriere di Sardegna, Il Solco (giornale del Psd’Az, cesserà le pubblicazioni nel 1926 per le violenze fasciste in seguito alle sue posizioni rigorosamente sardiste) e a partire dal 1924 il sassarese L’Isola, fondato da un gruppo di imprenditori fascisti contrari alla Nuova. 

Nel periodo 1920-25 nell’Isola si confrontano cinque giornali: oltre L’Unione Sarda e La Nuova Sardegna, sono particolarmente presenti i sardisti con la loro voce Il Solco e i cattolici con Il Corriere di Sardegna. Quando nel 1926 verrà chiusa dai fascisti La Nuova, la piazza sassarese sarà occupata da L’Isola. Dalla penisola arrivano anche qualche quotidiano nazionale come il romano Il Tempo e il Giornale d’Italia, ma L’Unione resta il leader assoluto sul mercato. A parte il dibattito politico, è lo specchio del capoluogo, fonte preziosa di informazione e anche unica vetrina per la pubblicità che sta prendendo piede con crescente sviluppo. Dai piccoli annunci tabellari, ai cinema e teatri, dallo stato civile (nati e morti), alle promozioni di ogni novità. Un libro recente, pubblicato dall’appassionato ricercatore Giancarlo Cao (2011), raccoglie un secolo di pubblicità ed è davvero un’interessante, quanto divertente lettura, vedere come la società cambi negli anni attraverso proprio ciò che vende sulle pagine dei giornali, soprattutto locali. Ma è la cronaca, sotto tutti i suoi aspetti, ad attirare il lettore e a restituirci, con tutti i limiti dell’epoca e poi della censura fascista, la vita dei cagliaritani e dei sardi. Così nel 1921 quando muore il grande sindaco Ottone Bacaredda, primo cittadino a più riprese per oltre vent’anni, e un tempo anche osteggiato dal giornale che appoggiava la corrente liberale di Francesco Cocco Ortu, L’Unione gli rende un doveroso omaggio. Col linguaggio non privo di accenti retorici e aulici, tipici del periodo, ne traccia un alto profilo concludendo «… Cagliari perde il suo miglior figlio e, purtroppo, tarderà a trovarne uno che lo eguagli». 

L’Unione Sarda chiusa nel 1924 

Arriviamo al 1924, per raccontare un episodio poco noto, ma che ebbe un peso determinante nella storia del giornale nel Ventennio. Una vicenda citata da Della Maria (1963), nel volume per i “120 anni de L’Unione Sarda”, a cura di Gianni Filippini (2009) e riproposta nei particolari nell’Almanacco di Cagliari (2009). 

Siamo all’ inizio dell’anno mentre nell’Isola e in particolare a Cagliari divampa il confronto tra sardisti e fascisti che nei mesi prima era sfociato con scontri di piazza e aggressioni non solo verbali. I contrasti, che si riflettevano negli articoli sul giornale, erano vivaci anche all’interno dello stesso movimento mussoliniano. Da una parte la fazione possibilista che tifava per un accordo tra camicie nere e sardisti, dall’altra gli oltranzisti duri e puri che respingevano qualsiasi soluzione fusionista per la creazione di un partito sardo-fascista. Questi ultimi erano capeggiati dall’avvocato Ferruccio Sorcinelli che utilizzava il suo giornale per propagandare le tesi contro l’accordo. 

Quando il fascismo si affacciò in Sardegna, Sorcinelli cominciò a sostenerlo con il giornale, ma le cose cambiarono in seguito alla decisione di Mussolini di giungere ad un’intesa con i sardisti. Sorcinelli, contrario a questa scelta politica, col suo giornale si schierò apertamente contro e mantenne la sua posizione anche dopo la fusione avvenuta nel 1923. Gran regista dell’operazione di alleanza con i sardisti fu il prefetto Asclepia Gandolfo inviato a Cagliari da Mussolini proprio a questo scopo. Il primo settembre 1923 uscì Il Giornale di Sardegna, voluto da uno dei leader del sardo-fascismo, Paolo Pili, che in quel momento fu nominato segretario provinciale del Partito fascista.

Alla fine di quell’anno la situazione politica era particolarmente tesa con i due quotidiani che si fronteggiavano e si facevano portavoce delle rispettive fazioni. All’inizio del 1924 scoppiò il caso, interessante per capire il clima che si respirava e viveva nel capoluogo in quel periodo in cui il fascismo cominciava a mettere radici e a cercare il massimo consenso. 

Il primo gennaio nella tipografia de L’Unione Sarda venne stampato un manifestino con una poesia intitolata “La plebe ribelle”. Violando la legge non c’erano indicati la data e il luogo di stampa, pertanto le autorità ordinarono il sequestro e aprirono un’inchiesta. Le indagini portarono all’arresto di un tipografo, Antonio Romagnino (solo omonimo del grande letterato cagliaritano che all’epoca era appena un bambino) e alla denuncia dei responsabili della tipografia, l’amministratore dott. Armando Boi e il procuratore legale rag. Duilio Scardigli. Nel contempo vennero perquisite l’abitazione di Sorcinelli e lo stabilimento della tipografia della Sei in viale Regina Elena. Nonostante la situazione tesissima, Sorcinelli riuscì a far uscire il giornale nel tardo pomeriggio. Il giorno dopo un gruppo di facinorosi fascisti assaltò la sede de L’Unione Sarda devastando tipografia e redazione, ma l’irriducibile imprenditore con un pugno di suoi collaboratori (quanti erano i giornalisti dell’epoca), fecero il miracolo e in serata il giornale comparve in edicola. Ma l’incidente non era affatto finito poiché il giorno 4 il prefetto firmò un decreto di sospensione delle pubblicazioni. Il caso sapeva di clamoroso perché il potere fascista aveva colpito duramente un organo che, seppure critico per certi versi, era nato ed era sempre stato sostenitore di Mussolini. 

Sorcinelli non si perse d’animo e nel volgere di una settimana aprì un nuovo quotidiano, Il Popolo di Sardegna, affidando la direzione allo stesso direttore de L’Unione, l’avvocato Francesco Caput, e ai suoi “vecchi” giornalisti. 

Quel manifestino che probabilmente sarebbe passato inosservato dai più, si era invece trasformato in un detonatore facendo esplodere le divisioni tra le due fazioni fasciste che si affrontavano in città. Come andò a finire? Per un paio di mesi i due giornali non si risparmiarono attacchi e polemiche, poi intervenne la magistratura che con una sentenza prosciolse Boi e Scardigli, ordinando la scarcerazione del tipografo Romagnino il quale – individuato come unico responsabile – avrebbe dovuto rispondere del reato di omissione della legge sulla stampa davanti al pretore. In realtà non si seppe mai se il povero Romagnino fosse effettivamente l’autore o comunque il tipografo che pubblicò all’insaputa di tutti il manifestino “eversivo”, finendo per essere il capro espiatorio di una guerra ben più grande di lui. 

La decisione del procuratore generale ebbe l’effetto di annullare il provvedimento di chiusura de L’Unione Sarda che così il 27 aprile del 1924 poteva riprendere le pubblicazioni. 

L’avvocato-editore Sorcinelli, a quel punto proprietario di due giornali con la medesima società, decise di chiudere Il Popolo di Sardegna il quale – proprio dalle sue pagine – il 26 aprile annunciò la riapertura de L’Unione e la contemporanea chiusura dello stesso. Nell’articolo si spiegava la decisione sottolineando che «evidenti condizioni d’ambiente non consentivano l’esistenza in città di quattro quotidiani». Agli abbonati al Popolo di Sardegna sarebbe arrivato senza interruzione L’Unione Sarda. 

La testata tornò in edicola ancor più combattiva e determinata ad affermarsi come il giornale leader della città e dell’Isola battagliando contro Il Solco, organo sardista, e Il Littore Sardo, foglio della federazione fascista. Il confronto, con momenti spesso accesi, durò ancora due anni con il giornale sempre in acque agitate poiché l’editore Sorcinelli e il direttore Caput continuavano a mantenersi critici sulle posizioni della federazione fascista guidata dai “fusionisti” sardisti. Il 10 marzo 1925 morì prematuramente Ferruccio Sorcinelli e nel gennaio 1926 Caput fu espulso dal Partito fascista. Il direttore si dimise, poi riprese il suo posto per un breve periodo convinto dal consiglio di amministrazione del giornale che ne aveva respinto le dimissioni, ma alla fine fu costretto a lasciare definitivamente a causa delle pressioni sempre più pesanti della federazione fascista. Con la sua uscita L’Unione cambiò direzione e da quel momento e sino alla caduta di Mussolini diventò la voce del Pnf. Direttore fu nominato il federale Paolo Pili che sotto la testata L’Unione Sarda impose il sottotitolo “Il Giornale di Sardegna”. Era il 2 febbraio 1926. 

 

Il secondo dopoguerra 

L’Unione uscirà puntualmente anche durante la guerra. Chiuderà solo per un breve periodo tra l’11 maggio e il 16 novembre del 1943 dopo i terrificanti bombardamenti che dal 17 febbraio distrussero sistematicamente Cagliari. 

Memorabili gli articoli scritti dai pochi giornalisti, coraggiosamente rimasti in città per continuare a far uscire il giornale nonostante i continui allarmi, i quotidiani spezzonamenti, la fame, la mancanza di tutto, i feriti e i tanti morti. Alla fine saranno più di mille. Ai primi di maggio in città restavano poche migliaia di persone, tra militari e coloro che erano impegnati a far funzionare i pochi servizi, i trasporti, gli ospedali. Gli abitanti erano in gran parte sfollati all’interno. Nella città fantasma il foglio su cui veniva stampato a fatica L’Unione, era l’unica fonte di informazione interna ed anche una finestra sul mondo con la cronaca (dettata dalle veline del Minculpop, ovviamente) dello sviluppo degli eventi bellici. 

In occasione dell’anniversario per i 70 anni è stato ripubblicato un libro del Rotary Club (“La città che non volle morire”, a cura di Alberto Aime) e un supplemento speciale dell’Unione Sarda (17 febbraio 2013), oltre a una vasta bibliografia sull’argomento di volumi, purtroppo, in gran parte ormai rari. 

Dopo la liberazione, con l’arrivo degli Alleati alla fine di settembre del 1943, L’Unione Sarda riprende le pubblicazioni con un crescente sviluppo che lo porterà, attraverso vari rinnovamenti tecnologici e diversi direttori, a diventare il quotidiano leader della Sardegna. Posizione, più volte attaccata, ma mai scalfita sino a oggi, nonostante la nascita di alcune iniziative editoriali, a partire dalla metà degli anni Settanta. 

La Nuova Sardegna negli anni del primo dopoguerra si attesta su posizioni sempre più antisocialiste e antisardiste e guarda con favore al nascente fascismo. Cambia decisamente linea dopo la morte nel 1923 sia del direttore Medardo Riccio che del fondatore Pietro Satta Branca. Dal 1924, diretto da Arnaldo Satta Branca, figlio di Pietro, il giornale si colloca su posizioni antifasciste e condanna apertamente Mussolini per l’assassinio di Matteotti. Nel 1926, il 26 gennaio, dopo una serie di ripetuti sequestri, è costretto a chiudere. Riprenderà nell’aprile del 1947 dopo quasi vent’anni di forzato silenzio. Nel Ventennio il quotidiano di Sassari resta L’Isola, fondato il 2 marzo del 1924. Dopo la caduta del fascismo il Comitato di concentrazione antifascista affiderà la direzione ad Arnaldo Satta Branca, ultimo direttore della Nuova prima della soppressione, mentre alla direzione dell’Unione viene nominato l’avvocato socialista Jago Siotto. 

L’Isola cesserà le pubblicazioni il 31 dicembre del 1946, lasciando il campo alla rinascita e all’affermazione della Nuova. Nella Sardegna defascistizzata e in fase di ricostruzione dalla macerie della guerra si apre così una nuova stagione per la stampa periodica (prolifica in quei tempi con giornali che nascono e muoiono rapidamente) e per il futuro soprattutto dei quotidiani. 

Anni ’60-’70: il periodo di Rovelli 

Gli anni Sessanta sono caratterizzati dal fenomeno battezzato dagli storici di “rovellizzazione”, poiché la proprietà passa nelle mani dell’industriale lombardo Nino Rovelli che in pochi anni diventerà il re della chimica in Italia e di fatto il padrone dell’Isola. Acquista direttamente La Nuova Sardegna (1967) e poi L’Unione Sarda attraverso società fiduciarie, costituendo un monopolio regionale della stampa: la sua filosofia imprenditoriale, che lo porta con la SIR a fondare i poli della petrolchimica a Porto Torres, a Cagliari e a Ottana, è quella di gestire il potere con il controllo totale della stampa. I giornali, insomma, come strumento per condizionare la classe politica-industriale e per convincere l’opinione pubblica sulla bontà delle scelte indirizzate all’industrializzazione, anche a scapito del turismo, dell’ambiente e della vocazione agropastorale dell’Isola. Nasceranno cattedrali nel deserto, i pastori indosseranno le tute degli operai e per un decennio la Sardegna coltiverà il mito dell’industrializzazione. Come il processo economico, sociale e culturale – legato al Piano di Rinascita voluto dalla classe politica di allora con scelte all’epoca giustificate, ma in prospettiva perdenti – andrà drammaticamente a finire lo racconteranno le cronache del dopo Rovelli e ora i libri di storia. 

Sul periodo di Rovelli e del tentativo di creare un’industria nell’Isola in alternativa al settore agropastorale esiste un’ampia bibliografia. Numerosi studi e saggi ripercorrono passo passo gli eventi, raccontando i retroscena politici che si mossero a livello regionale e soprattutto nazionale poiché il fenomeno si deve inquadrare nel più complesso scontro per il dominio del settore chimico italiano tra i colossi dell’Eni e della Montedison. Ai gruppi e potentati politico-finanziari si associa anche la guerra per il controllo dei principali giornali nazionali. In mezzo la Sardegna, pedina non piccola in questo scacchiere che tra gli anni Sessanta-Settanta succhiò un fiume inesauribile di denaro pubblico, creando un sogno economico che alla fine si infranse fragorosamente nel tracollo generale. Chi potè tra ex pastori e contadini diventati operai tornò nelle campagne nel frattempo abbandonate, ma la maggior parte fu costretta ad emigrare o a vivere di assistenza pubblica. Il sogno della petrolchimica si rivelò alla fine un’illusione di cui oggi paghiamo ancora le conseguenze di una fallimentare programmazione. 

Il brianzolo Nino Rovelli, battezzato dai giornali il “Clark Gable lombardo” per i baffetti, la somiglianza e i fascinosi modi da seduttore che lo avvicinavano al celebre attore americano, è il proprietario della SIR, una piccola azienda che negli anni Cinquanta cominciava ad inserirsi nel nascente settore della chimica italiana. All’epoca la chimica era nelle mani della Montecatini che diventerà Montedison con la Edison, in competizione col polo pubblico rappresentato dall’Eni, l’ente fondato e guidato sino alla tragica morte da Enrico Mattei (precipitò col piccolo aereo della società in circostanze misteriose il 27 ottobre 1962). Al suo posto subentrò Eugenio Cefis. Rovelli, dunque, si era arricchito durante la guerra fabbricando e vendendo caldaie a vapore per la produzione di energia elettrica. Negli anni Cinquanta comincia a produrre prodotti chimici quali le resine sintetiche e ai primi anni Sessanta sbarca in Sardegna acquistando la Rumianca, un’azienda di Assemini. È la prima pietra di un castello destinato a crescere nel volgere di pochi anni. L’imprenditore fa incetta di fabbriche in particolate nel nord, nella zona di Porto Torres dove nasce il polo industriale. La SIR in un decennio può contare su oltre cento aziende. Come spiega Cecaro: «Lo scopo di questa moltiplicazione non era di natura organizzativa o tecnica, ma serviva per muoversi più agevolmente nelle pieghe della legislazione e rastrellare più possibile i contributi pubblici. Gli stabilimenti sardi della SIR crebbero rapidamente: in tre anni (1973-1974) il gruppo quasi sestuplicò il fatturato passando da 135 miliardi a 600. Solo negli stabilimenti di Porto Torres lavoravano 20 mila persone, incluse le imprese d’appalto». 

Nella chimica italiana era in atto lo scontro tra tre grandi gruppi che si contendevano il controllo dei nuovi imperi. Da una parte il presidente dell’Eni Eugenio Cefis che era passato alla guida della Montedison, lasciando il colosso statale al suo assistente Raffaele Girotti. Costui si alleò con Rovelli, a capo del terzo gruppo, perché a sua volta desse la scalata alla Montedison. Un intreccio politico-finanziario complicato e senza scrupoli. Riprendiamo la ricostruzione di Cecaro: «Per raggiungere questo obiettivo era importante condizionare le scelte politiche sulla programmazione del settore chimico che, di fatto, finivano con l’assegnare le quote di mercato alle singole aziende. Fra i tre principali gruppi concorrenti fu combattuta una guerra condotta secondo i principi delle strategie militari e la Sardegna, individuata da Cefis come roccaforte di Rovelli, divenne terra di scontro». 

Il campo di battaglia fu la piana di Ottana, nel centro del povero Nuorese, dove i politici avevano deciso di avviare un ampio insediamento industriale per dare una risposta alla povertà, creare le basi di un nuovo sviluppo che superasse la tradizionale economia agropastorale e desse anche una risposta alla lotta contro il banditismo. Era l’epoca dei rapimenti che andavano aumentando anno dopo anno (si arrivò anche a otto, nove ostaggi contemporaneamente nelle mani delle varie “Anonime sequestri”). Alla fine l’insediamento di Ottana fu realizzato dall’Eni, ma si rivelò un parziale fallimento. 

Rovelli, che nel decennio era diventato il “padrone” della Sardegna, vide il suo impero raggiungere il massimo e poi crollare rapidamente pezzo dopo pezzo. La parabola discendente cominciò della SIR cominciò nel 1978 quando un’inchiesta giudiziaria portò al blocco dei finanziamenti pubblici al gruppo petrolchimico. A concorrere alla crisi della società fu la sfavorevole congiuntura economica internazionale. Poco dopo l’avvio dell’inchiesta, uscirono di scena sia Rovelli che Cefis: il gruppo, che di fatto apparteneva alle banche creditrici, fu ceduto a pezzi e gli stabilimenti di Porto Torres, drasticamente ristrutturati, passarono all’Eni.

La Sardegna sotto controllo 

In questo quadro si riconducono le vicende dei due principali quotidiani sardi che vissero un decennio travagliato. Come già stava accadendo a livello nazionale, i grandi gruppi industriali puntarono sull’acquisizione dei giornali e dei periodici non tanto per realizzare guadagni (i bilanci dei quotidiani senza le sovvenzioni pubbliche erano tutti in rosso), quanto invece per creare un’immagine, condizionare le scelte politiche e sostenere i politici “amici”. Rovelli fu tra i primi a capire l’importanza dei media e di un’informazione sotto controllo, così inserì l’acquisto dei due giornali sardi nelle strategie di espansione industriale. In questo progetto di creazione dell’immagine entrarono altre operazioni “pubblicitarie” popolari come l’acquisto dell’Olimpia di basket che in serie A diventerà “Brill Cagliari” con ottimi risultati e soprattutto del “Cagliari calcio” che nel 1970 vincerà lo storico scudetto. Nei giorni dell’euforia collettiva per la clamorosa vittoria calcistica, i tifosi inneggiavano a Rovelli e all’altro industriale del petrolio, Angelo Moratti, proprietario dello stabilimento di Sarroch della Saras (Sandro Ruju, 1998). 

L’acquisizione dei due quotidiani avvenne con modalità differenti. La Nuova alla luce del sole attraverso il trasferimento delle quote della società editrice dai vecchi al nuovo proprietario. L’Unione, invece, attraverso una fiduciaria in modo da non far comparire i nomi di Rovelli e della SIR (il segreto di Pulcinella perché era cosa nota a tutti). Formalmente Rovelli poteva negare di essere il proprietario dell’Unione Sarda, in cui figurava l’aristocratico avvocato Giuliano Salvadori del Prato e dunque di possedere il monopolio della stampa nell’Isola. Il controllo dei giornali si poteva esercitare in due modi: con la diretta proprietà o con finanziamenti palesi (la pubblicità) e occulti. Rovelli percorse entrambe le strade. 

Gli obiettivi erano manifesti: sostenere i politici per rastrellare il massimo dei contributi pubblici, creare una buona immagine di un settore inquinante e pericoloso per la salute degli stessi operai come quello della petrolchimica, pilotare l’informazione e soprattutto tacere su fatti e argomenti (come inquinamento e la salvaguardia dell’ambiente) che potessero danneggiare gli investimenti. 

I sette anni della Nuova sotto la proprietà di Rovelli furono tormentati all’interno della redazione quanto all’esterno. Non tutti i giornalisti accettarono la linea ufficiale di appoggio allo sviluppo della petrolchimica nell’Isola e di riflesso alle posizioni politiche che si riflettevano nelle cronache e nei commenti. Un peso particolare lo assunse il sindacato dei giornalisti attraverso il comitato di redazione e gli organi regionali (Assostampa) e nazionali (Fnsi). 

Cecaro ricorda il caso di Enrico Clemente, una delle firme più autorevoli della testata sassarese e componente della giunta della Fnsi, dunque ai vertici del sindacato nazionale. Clemente fu licenziato e poi riassunto dopo scioperi e manifestazioni di solidarietà degli stessi colleghi e di tutti i giornalisti d’Italia. 

Il caso portò all’attenzione pubblica nazionale e aprì un forte dibattito politico in Sardegna il problema del monopolio dell’informazione nell’Isola: politici, sindacalisti, intellettuali e gli stessi giornalisti in prima fila, si batterono per far emergere una situazione molto complessa perché si scontrava anche con i programmi di sviluppo economico delle zone più povere dell’Isola. 

Cecaro, che appunto visse dal di dentro quei difficili momenti, spiega bene che i giornali dell’epoca parlavano di Rovelli come manager e anche del personaggio, ma non c’è traccia di interventi della SIR per favorire un “culto della personalità”. C’era invece molta attenzione sulla pubblicazione di notizie che riguardavano le aziende del Gruppo. Ai direttori veniva chiesto di non dare notizie o di darle in modo vago su fatti di cronaca che riguardavano la SIR, come incidenti sul lavoro, episodi di inquinamento e azioni sindacali. Questo emerge dalle testimonianze dei giornalisti di allora e dall’analisi strutturale dei giornali (titoli, articoli, numero di notizie pubblicate, posizione nelle pagine, etc.) che dimostrano quanto fu avvolgente il fenomeno di “rovellizzazione”. In questo contesto scattarono meccanismi interni di controllo da parte dei capi dei vari servizi delle due testate e anche forme di autocensura. 

I numeri delle copie erano alti, considerando che i due quotidiani costituivano davvero il monopolio (con l’esclusione dell’informazione della Rai regionale) sino a metà degli anni settanta, quando nacquero e cominciarono a diffondersi le prime radio libere e le prime televisioni private. 

 

Centomila copie al giorno 

Nel 1973 L’Unione Sarda vendeva circa 50 mila copie, La Nuova Sardegna 25 mila copie, e altre 25 mila i giornali nazionali (Il Corriere della Sera, La Stampa, Il Messaggero, Paese Sera, L’Unità che aveva a Cagliari il suo infaticabile e validissimo giornalista Giuseppe Podda e Il Tempo che faceva una pagina regionale col corrispondente Memo Concas, Il Giorno, La Gazzetta dello sport e Il Corriere dello sport). I giornali nazionali, tuttavia, venivano inviati con l’aereo postale notturno – legato quindi per la distribuzione alle condizioni meteorologiche e al trasporto –giungendo in edicola spesso nella tarda mattinata. In totale, circa centomila copie. Ed è in questo contesto che, come vedremo, si inserì Tuttoquotidiano che, per quasi biennio, riuscì a ritagliarsi una buona fetta di mercato (con punte di 25 mila copie vendute), minacciando nell’estate del 1974 la leadership cagliaritana dell’Unione Sarda. Solo a quel punto la storica testata cominciò a “svegliarsi” dal torpore del “rovellismo” avviando un processo dirinnovamento in redazione, nei contenuti e nella foliazione, con più pagine, più argomenti sui giovani, il mondo femminile, la scuola, la cultura e un’azione critica sui problemi della città e sul dibattito politico in atto. 

Le dimissioni di Crivelli

All’Unione Sarda, grazie alla cauta ma decisa direzione di Fabio Maria Crivelli (nella foto degli anni Sessanta), non ci furono gli stessi problemi interni della Nuova, anche perché formalmente il giornale apparteneva a un fiduciario che «offriva – come scrive Cecaro – una sorta di paravento sia a Rovelli che alla redazione». Tuttavia alla fine il tappo saltò proprio per la personalità del direttore che si autolicenziò dopo essersi rifiutato di pubblicare un comunicato della SIR. Un forte segnale politico, ma che voleva richiamare la proprietà ad un rilancio della testata che lui stesso aveva avviato con grande entusiasmo per contrastare l’offensiva di Tuttoquotidiano. Di fatto così avvenne, con il nuovo direttore Gianni Filippini e con la paternalistica gestione dell’avvocato Salvadori Del Prato che pilotò per quasi un decennio il passaggio da Rovelli all’editore nascente Nichi Grauso, nel frattempo affermatosi sul mercato dell’informazione radio-televisiva privata con Radiolina e Videolina. 

L’avvocato Salvadori Del Prato – ricorda Gianni Filippini (nel volume del 2009) – apparteneva a un’antica e nobile famiglia trentina, barone ma con idee liberali, amante delle buone letture. Quando a metà anni Sessanta diventa ufficialmente editore del quotidiano cagliaritano ha già una lunga esperienza in campo editoriale, possedendo L’Alto Adige di Bolzano e Momento Sera di Roma. Come primo atto formale cambia il vecchio nome della SEI (Società editoriale Italiana) fondata nel 1946 dalla famiglia Sorcinelli, la quale è tornata in possesso della testata dopo le vicende della guerra. Nel periodo dell’acquisto l’azienda gode di ottima salute, i conti quadrano, il giornale trova il consenso dei suoi lettori: Salvadori del Prato costituisce “L’Unione Sarda Spa”, lasciando per affetto e per “continuità” la presidenza del Consiglio di amministrazione a Roberto Sorcinelli (scomparso nel 1976), l’ultimo maschio della famiglia che da tre generazioni aveva guidato il giornale. Il suo posto verrà preso dalla figlia Silvana sino al 1985, quando cambierà ancora la proprietà del giornale. 

In quegli anni, dietro le quinte, un ruolo importante lo esercitò il noto e stimato commercialista cagliaritano Andrea Borghesan, che sin dalla “rifondazione” fu vicino a tutti gli amministratori e ai direttori, contribuendo a tenere solidi i bilanci anche nei momenti più difficili e facendo da garante col mondo della finanza locale. 

«Salvadori del Prato – afferma Filippini – è dunque un manager dell’editoria in campo nazionale. Benché manchino riscontri nelle fonti più attendibili e l’avvocato sostenga di essere l’unico e vero titolare dell’operazione, con buone ragioni negli ambienti politici, sindacali e giornalistici si parla in un primo tempo di proprietà acquisita dagli industriali della petrolchimica Nino Rovelli (SIR) e Angelo Moratti (Saras). Poi, qualche anno dopo, del solo Rovelli che nel 1967 possedeva già il pacchetto azionario della Nuova Sardegna. Al patrimonio industriale della SIR con i giornali sardi vengono aggiunti un settimanale, alcuni periodici e tre agenzie di stampa (Aga, Radiocor e Fineco). Non a torto, con forti accenti polemici e dure iniziative sindacali, si denuncia il monopolio dell’informazione in Sardegna. Comunque, il Garante dell’editoria nel maggio 1982 afferma che «l’avvocato Salvadori del Prato ha il controllo del quotidiano L’Unione Sarda di Cagliari nella sua qualità di amministratore unico della Spa “Pausania”, proprietaria di tutte le azioni della Spa “L’Unione Sarda”. «Secondo un’attendibile ma ufficiosa ricostruzione – sottolinea Filippini – le azioni dell’Unione fanno capo alla “Pausania” Spa e con un ulteriore passaggio ad Anstalt svizzere e del Liechtenstein, delle quali non è possibile individuare i veri proprietari». 

Confermato direttore Fabio Maria Crivelli e superata la battaglia contro Tuttoquotidiano, il giornale va avanti migliorando il prodotto e le vendite. Sino al dicembre del 1976, quando Crivelli darà le dimissioni dopo ventitrè anni di ininterrotta direzione. In seguito spiegherà che la sua decisione fu determinata dai crescenti contrasti con Salvadori del Prato, non ultimo il rifiuto di pubblicare un comunicato che riguardava i problemi della petrolchimica. 

Al suo posto viene nominato Gianni Filippini (nella foto), all’epoca vicedirettore del giornale e direttore de L’Informatore del Lunedì. 

La legge sull’editoria 

In questo primo scorcio degli anni Settanta ci sono da rilevare altri due fatti: la bocciatura della legge sull’editoria e la nascita del terzo quotidiano. Agli inizi del decennio Rovelli aveva già messo le mani sull’informazione quotidiana regionale: il settore chimico rappresentava il 42 per cento dell’intero prodotto lordo dell’industria sarda. Nello stesso periodo fu portato avanti il progetto di un nuovo nucleo industriale ad Ottana con l’obiettivo di riequilibrare lo sviluppo tra città e campagna e per dare nuovi sbocchi occupazionali nelle zone interne in fase crescente di spopolamento ed emigrazione. È qui, nella piana di Ottana, che si accende la lotta della “guerra per la chimica” tra la SIR e l’Eni di Cefis, mentre il petroliere Angelo Moratti si allarga con la Saras a Sarroch, nel bacino cagliaritano. Sono loro i veri padroni dell’Isola con cui i politici devono fare i conti. 

Nel 1972 al Consiglio regionale viene presentata una legge che prevedeva la creazione di un centro stampa pubblico in grado di stampare quotidiani e spezzare il monopolio della SIR. Il numero (con votazione segreta) dei consiglieri favorevoli fu pari a quelli contrari, così la legge non passò perdendo un’importante occasione. Fu un tentativo politico pasticciato e compromesso, come spiega Andrea Corda nel suo saggio (2013) su Tuttoquotidiano: «Nel tentativo di incrementare il pluralismo nel settore della stampa quotidiana, si mossero alcune forze politiche (Pci, Psi e Dc), mediante la presentazione di una proposta di legge che intendeva unificare tre distinti progetti: il n. 109 “Provvedimenti per favorire la libertà di stampa e di informazione”, il n. 114 “Contributi a cooperative di giornalisti che intendono promuovere industrie editoriali dirette a realizzare in Sardegna nuovi quotidiani” e il n. 122 “Interventi della Regione Sarda per la tutela alla libertà di stampa”. Ad opporsi erano le forze minoritarie in Consiglio – Msi, liberali e Psiup – che non avrebbero certo potuto fermare l’approvazione della legge che, invece, fu bocciata. Cosa spinse la maggioranza a boicottare il progetto è semplice da capire, con i politici condizionati dall’influenza diretta o indiretta di Rovelli e dei suoi referenti nei partiti e nei palazzi del potere economico-finanziario. Così si lasciava inalterato il monopolio rovelliano Unione-Nuova. Ma i tempi erano ormai maturi per una nuova clamorosa esperienza. 

Il Lunedì, un anno di battaglie 

A Sassari su iniziativa di un gruppo di giornalisti dissidenti della Nuova venne fondato il settimanale Il Lunedì che uscì il 27 agosto 1973. L’obiettivo – rileva Corda – era di occupare lo spazio lasciato libero dal quotidiano sassarese che non andava in edicola il primo giorno della settimana. La proprietà era detenuta dalla cooperativa Cefis, presieduta da Giovanni Pisano, caposervizio della Nuova e costituita da redattori del giornale. Il Lunedì aveva una foliazione di 12 pagine dedicate ovviamente in gran parte allo sport, ma in cronaca venivano affrontati temi scottanti come l’inquinamento, gli incidenti sul lavoro, le vertenze sindacali che nei due quotidiani non trovavano spazio. Il nuovo settimanale raggiunse una tiratura di 15 mila copie, battendosi in prima fila a favore della campagna referendaria per il divorzio. Tuttavia le entrate pubblicitarie e i finanziamenti di alcuni imprenditori sassaresi non erano sufficienti a coprire le spese: il 1° luglio 1974, dopo appena un anno, la coraggiosa iniziativa fu costretta a chiudere. 

In questa situazione nella redazione sassarese il clima era diventato insostenibile per diversi giornalisti. Qualcuno, come il già citato Enrico Clemente, era stato messo nelle condizioni di non scrivere più. Si arrivò al licenziamento con la scusa che collaborasse a Il Messaggero Sardo, periodico per gli emigrati gestito da una cooperativa di giornalisti con finanziamenti della Regione. Un’accusa pretestuosa perché Clemente non aveva alcun contratto di esclusiva. La reazione della categoria a questa decisione fu forte e compatta a livello nazionale con la Fnsi che proclamò uno sciopero generale. Così l’editore decise di annullare il licenziamento. Poco dopo però arrivò l’esonero per un altro redattore, Edoardo Pittalis, a cui venivano contestate irregolarità amministrative per una trasferta al seguito della squadra della Torres. Il licenziamento questa volta non venne ritirato e portò allo sciopero di giornalisti e tipografi per circa due settimane. Il giornale, per iniziativa del direttore Aldo Cesaraccio e di alcuni collaboratori, uscì con qualche numero stampato nella tipografia Fossataro di Cagliari. Alla fine i redattori rientrarono al lavoro, ma i dissidenti più convinti e messi da parte dalla direzione, ben presto si dimisero per dare vita all’ iniziativa che stava per nascere a Cagliari: Tuttoquotidiano. Con loro si preparavano alla nuova avventura anche una decina di giornalisti e collaboratori dell’Unione Sarda. 

Insomma, un gruppo sostanzioso e qualificato di giornalisti lasciava le due testate storiche per passare ad una nuova esperienza editoriale, rischiando coraggiosamente in prima persona con la perdita del posto di lavoro certo in un momento economicamente difficile per tutta l’Italia e in particolare per l’Isola. 

La crisi degli anni Settanta 

L’editoria italiana a cavallo degli anni Settanta conosceva uno di quei momenti più acuti di crisi dal dopoguerra, che tanto fa ricordare la situazione di oggi. Nel 1970 la vendita media dei quotidiani era sotto i cinque milioni di copie e tutte le testate presentavano bilanci in rosso. Questa situazione favorì l’ingresso nelle proprietà di grandi gruppi con interessi extra-editoriali, come appunto la SIR, e determinò cambiamenti di direzioni e di linea politica. In quel periodo dominavano i governi di centrosinistra a guida democristiana, con le varie correnti della Dc che si spartivano il potere nazionale e locale, e l’appoggio del Psi. Alla metà degli anni Settanta il Pci guidato da Enrico Berlinguer cominciò ad uscire fuori dalle vecchie logiche del partito e si aprì il dibattito sul compromesso storico tra Dc e Partito comunista. La vita dei giornali, dunque, fu determinata da questo complesso quadro storico, politico, economico che ebbe profonde ripercussioni sociali e culturali. L’Italia, che doveva fare i conti col terrorismo delle Brigate Rosse e dei vari gruppi eversivi di sinistra e dell’estrema destra, con un crescendo di rivendicazioni e lotte sindacali, dovette affrontare anche il problema della crisi della stampa. A salvare i giornali fu così la legge 416, approvata solo nel 1981 e conosciuta come la “Legge sull’editoria”. 

La fine di Rovelli 

Tornando a Rovelli, l’imprenditore lombardo dopo aver consolidato il controllo dell’informazione in Sardegna acquistò nell’ambito della medesima strategia Il Giornale di Calabria, per fare un favore all’amico Giacomo Mancini, uno dei leader nazionali del Partito socialista. La SIR era ormai diventata il terzo gruppo italiano della chimica e sfidava i colossi Eni e Montedison, nel dominio del settore. Lo scontro, dunque, avveniva ai livelli più alti della politica e della finanza, tra Roma e Milano. A livello nazionale i grandi gruppi finanziari, oltre a Eni e Montedison, facevano a gara per rafforzare le loro posizioni strategiche con l’acquisto e il controllo delle maggiori testate (Corriere della Sera, Stampa, Il Giorno) e via via dei giornali locali. Su questo argomento è illuminante il famoso libro “Razza padrona” (1974, un best seller che fece scalpore scritto a quattro mani da Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani) che rivela i retroscena, gli intrecci e gli scontri per il dominio sull’informazione. Il Corriere finì nelle mani della famiglia Rizzoli con dietro Montedison, gli Agnelli consolidarono la proprietà de La Stampa, mentre Il Giorno era dell’Eni. 

In quegli anni travagliati di scalate societarie, cambi di direzione, redazioni in fibrillazione sindacale guidate da una forte Fnsi e spesso in contrasto con gli stessi direttori, si registrarono due fatti determinanti per l’editoria nazionale. Il grande Indro Montanelli, contrario alla linea dettata dal direttore Piero Ottone, nel 1974 lasciò la storica testata per fondare Il Giornale, mentre Eugenio Scalfari a sua volta nel 1976 pubblicò La Repubblica destinato a contendere al “Corrierone” milanese la leadership nazionale del settore. Scalfari, che veniva dall’esperienza del settimanale L’Espresso, negli anni successivi prese la guida del nuovo gruppo Espresso-Repubblica che faceva capo alla CIR di Carlo Caracciolo e Carlo De Benedetti. Il gruppo attraverso la società Finegil, costituì una rete di quotidiani locali, tra cui La Nuova Sardegna. 

Tramontato il sogno della chimica col settore stretto dalla crisi della seconda metà degli anni Settanta, finito nei guai giudiziari ed economici, Rovelli perse ogni interesse per la Sardegna e quindi per i giornali di cui presto si liberò. 

Per i due quotidiani, ormai vetusti per tecnologie, grafica e impostazione, si rendeva necessario un urgente rinnovamento e un rilancio in grande stile con l’obiettivo di recuperare terreno sia nelle copie che nella pubblicità. Ma soprattutto i cambiamenti dovevano portare a una nuova credibilità dell’informazione messa a dura prova dagli eventi del decennio, non ultimo lo scandalo della P2 di Licio Gelli che sconvolse Il Corriere della Sera, ma che ebbe anche qualche marginale effetto nell’Isola (nei famosi elenchi figuravano alcuni nomi di giornalisti sardi, qualcuno orgogliosamente massone, altri invece che dichiararono di essere finiti nel calderone «a loro insaputa»). 

 

Arriva il “ciclone” Grauso

L’Unione Sarda con il”ciclone” Grauso (nella foto) che fonda un gruppo dinamico e aggressivo, conosce tre lustri di alti e bassi, in tutti i sensi. Domina incontrastato nelle sue aree di diffusione, acquista lettori promuovendo iniziative collaterali (giochi a premi, gadget, etc.), fa crescere i bilanci con gli introiti pubblicitari, soprattutto in occasione delle campagne elettorali e con la pubblicità tabellare locale. Fondamentale è il passaggio, non indolore, ma ineludibile, dalla vetusta stampa a caldo alle nuove tecnologie. Il salto è decisivo perché – ultimo giornale italiano ancora a usare le linotype mentre già da un decennio la tecnologia offset è entrata in tutte le redazioni – punta subito alle novità dei sistemi integrati. Cioè evita il passaggio della fotocomposizione e approda direttamente all’era dei computer e della stampa elettronica. 

Tra il 1986 e il 1987 acquista il sistema negli Usa, a Filadelfia, e porta in redazione i primi “mastodontici” personal computer che consentono ai redattori di svolgere gran parte del lavoro nelle pagine: dalla scrittura dei testi alla titolazione. È davvero una rivoluzione in redazione con i più anziani che vanno in pensione per età e per il cambiamento “culturale” epocale, ma alcuni di loro accolgono con entusiasmo questa seconda giovinezza e affrontano la sfida personale di cimentarsi con i computer al posto delle obsolete macchine da scrivere. Tutti seguono i corsi di riqualificazione e si preparano al nuovo modo di operare. 

La rivoluzione tecnologica comporta lo stravolgimento dell’intera catena lavorativa: viene prima dimezzata la tipografia (una sessantina di prepensionamenti), poi sempre più ridotta e specializzata nel lavoro grafico. Si ampliano i compiti dei giornalisti che nel tempo saranno responsabili non solo dei contenuti, ma anche della grafica. Questi epocali mutamenti si riflettono nella redazione con un cambiamento generazionale e all’interno con una forte conflittualità sindacale: vanno via i vecchi giornalisti che hanno fatto la storia dell’U.S. negli anni ’60-’80 per lasciare spazio ai loro allievi quarantenni e alle nuove leve di colleghi e collaboratori. 

La piccola redazione guidata da Crivelli e dal capocronista Vittorino Fiori degli anni Sessanta, con Gianni Filippini, Peppino Fiori, Giorgio Melis, Angelo Demurtas, Romano Asuni, Arturo Clavuot, Tatano Ponti e un gruppo di giovani collaboratori, è cresciuta con l’ampliamento delle cronache locali e l’attenzione alla giudiziaria e alla cronaca nera con i rapimenti di persona che diventano una vera “industria” criminale. I giovani si fanno le ossa proprio seguendo gli eventi dei sequestri che proiettano una luce allarmante sull’Isola, ma di certo attirano lettori e fanno aumentare le vendite. Via via arrivano in redazione una ventina di giovani, in gran parte ex sessantottini che hanno frequentato l’università e la politica negli anni “caldi” della contestazione studentesca. Una generazione di sinistra, attenta alle novità culturali, alla musica e al teatro, ai problemi economici, al sindacato e alla scuola. 

Una particolare attenzione finalmente viene data al mondo femminile, tanto che viene assunta nel 1976 Maria Paola Masala, laureata in filosofia, prima donna sarda a entrare in una redazione di cronaca e a diventare giornalista professionista. 

Al gruppo di Franco Brozzu, Mauro Manunza, Alberto Testa, Antonello Madeddu, Tarquinio Sini, Francesco Bassi, Marco Lai, Antonio Castangia, i fratelli gemelli Concas Memo e Momo (storico corrispondente da Oristano) e al “principe” dei reporter di nera vecchio stampo quale fu Ruggero Melis, si aggiungono Mario Virzì, Angelino Carrus, Giovanni Puggioni, Gianni Perrotti, Gianni Piras, Antonio Ghiani, Giacomo Mameli, Corrado Grandesso, Angelo Pani, Paolo Figus, Giancarlo Ghirra, Lucio Salis, Marco Landi, Alberto Rodriguez che “fonderà” la moderna pagina della cultura poi passata a Marco Manca, spirito indipendente con lo sguardo rivolto anche a ciò che di nuovo si muoveva all’estero. E ancora Giorgio Pisano, brillante cronista, poi inviato speciale e vicedirettore, sino ad oggi autore di interviste a tutta pagina. 

Importante contributo veniva dai corrispondenti e dalle redazioni periferiche: Alfonso De Roberto fu la voce di Olbia e della Gallura, Gavino Paolini da Alghero, Tonino Piredda, Gianni Pititu e Angelo Altea da Nuoro, Giuseppe Florenzano, Piero Malavasi e poi Gibi Puggioni da Sassari. Tutte queste firme che ricorrono nelle pagine da metà anni Sessanta per oltre un trentennio, sono in pensione e alcuni di loro non ci sono più, ma resta il ricordo nelle cronache di quei tempi e nella mia personale memoria, allora giovanissimo collaboratore, di molti allievo e collega. 

A dare impulso alle assunzioni dei giovani, all’ampliamento della redazione centrale e del numero dei corrispondenti locali fu senza dubbio l’uscita di Tuttoquotidiano che almeno per un anno provò a minare le vendite della storica testata cagliaritana e dai primi anni Ottanta la crescente e aggressiva concorrenza de La Nuova Sardegna, acquisita e rilanciata dal Gruppo Caracciolo. Ma stavano cambiando anche i tempi e i giornali cominciavano a rinnovarsi con le nuove tecnologie e una moderna impaginazione. 

L’arrivo di Grauso, che si portava dietro l’esperienza delle prime emittenti e radio private (Videolina e Radiolina) fu determinante. Un ruolo fondamentale, dietro le quinte e nella stanza delle decisioni, ebbe Paolo Campana, un manager bolognese innamorato della Sardegna nominato amministratore delegato. Per un decennio, con la collaborazione dell’immarcescibile capo della pubblicità Pietro Uras e del dinamico responsabile della diffusione Pino Macrì “inventore” di giochi a premi milionari per sostenere le vendite, guidò il Gruppo Grauso alla completa modernizzazione tecnologica, portando il giornale sino a 36 pagine (con i primi colori) e Videolina a fatturati miliardari grazie a trasmissioni popolari e durature. 

La storia dei giornali e dei media non è fatta solo dai giornalisti, ma da tutti coloro (amministratori e tecnici) che concorrono all’ideazione, alla programmazione e al sostegno del “prodotto”. Così pur cambiando proprietari e direttori, l’instancabile lavoro dell’ingegner Carlo Ignazio Fantola, un altro manager che da allora e sino a oggi segue lo sviluppo della testata nel segno della continuità e di una irrinunciabile tradizione cagliaritana. 

Questi anni travolgenti – L’Unione Sarda da giornale tecnologicamente più vecchio è diventato il più moderno d’Italia – vedono l’avvicendarsi di alcuni direttori. 

Dopo le dimissioni forzate di Fabio Maria Crivelli che aveva diretto il giornale per 22 anni (1954-1976), a causa dei contrasti con la proprietà sul piano politico, nel 1977 subentra Gianni Filippini, giornalista raffinato e colto, titolare della pagina culturale, abile nel gestire una redazione turbolenta e in un difficile momento di lotte sindacali per i cambiamenti in atto. Filippini, oltre ad essere un grande giornalista e anche un vero diplomatico, riesce a tenere il timone per un decennio, poi nel 1985 il richiamo di “Cincinnato” Crivelli che, lasciato il buen retiro della casa di campagna a Sinnai, ritorna in redazione per un biennio di transizione con il compito di pacificatore e traghettatore. Grazie alla sua esperienza, supera l’handicap delle novità tecnologiche e mantiene L’Unione alla leadership regionale.

Nel 1988 dall’Unità arriva da Roma il giornalista di origini sarde Massimo Loche, ex corrispondente durante la guerra del Vietnam e specializzato nel settore esteri. Dura solo un anno, però, lasciando la scottante poltrona ad Arturo Clavuot, il vicedirettore che ha fatto tutta la carriera all’interno del giornale, in redazione è ben voluto e gode della stima di tutti. Resterà saldamente alla guida sino alla bufera del 1994, quando il fenomeno Berlusconi sconvolgerà la vita politica nazionale con effetti immediati anche in Sardegna.

I sardi nella nuova Polonia

Nel frattempo, mentre L’Unione naviga in acque tranquille e Videolina fa il “pieno” di ascolti e pubblicità, Nichi Grauso si lancerà in una nuova avventura editoriale, questa volta di livello internazionale. Nel 1989 è caduto il Muro di Berlino, l’Europa dell’Est apre agli imprenditori occidentali e mostra una grande fame di libera informazione. Così Grauso nel 1992, dopo un convegno internazionale di editori svoltosi a Cracovia, viene invitato a investire in Polonia dove entra in società con giornalisti polacchi e acquista il principale quotidiano della capitale Zycie Warsawy (la Vita di Varsavia). Nel contempo, sulla scia del gruppo televisivo berlusconiano Mediaset, realizza il primo network privato del Paese – Polonia 1 – con sede nella capitale ed emittenti in altre undici città. Solo nel popoloso bacino della Slesia, tra Cracovia e Katovice, raggiunge via etere un audience di cinque milioni di ascolti, una ventina di milioni in tutta la Polonia. In un anno diventa un personaggio importante, tanto da essere attaccato dalla nascente concorrenza sia sulla stampa che nel nuovo panorama televisivo privato e pubblico. 

Il concorrente numero uno è la Tv di stato, mentre dall’Olanda arrivano i segnali di Tv satellitari. In palio c’è il dominio sulla pubblicità che nella Polonia democratica e aperta al capitalismo sta diventando un vero business che fattura milioni di dollari al mese. Ma è anche una questione politica perché le nuove classi dirigenti puntano al controllo dei media nella corsa al potere e alla riconversione privata dell’economia di stato di epoca comunista. Gli ex esponenti del Partito Comunista e dei sindacati si trasformano rapidamente in manager, finanzieri, imprenditori, impossessandosi del patrimonio pubblico e creando un’oligarchia ambiziosa e senza scrupoli, pronta ad arricchirsi in poco tempo. In questo quadro il dominio della televisione e dei giornali è un obiettivo fondamentale per condizionare l’opinione pubblica, i partiti e il Parlamento eletto, questo sì, democraticamente con le prime elezioni libere dopo la “Tavola rotonda” del 1989 quando il regime filosovietico lasciò il potere. Grauso rappresenta un “nemico”, una vacca da mungere sinché può dare latte vitale alla rinascita economica, ma poi da eliminare appena la sua presenza diventa troppo invadente e forte. Il discorso vale anche per investitori italiani, tedeschi, francesi, americani che arrivano a frotte per comprare e ricostruire imprese di ogni genere. Come Grauso la maggior parte di loro, soprattutto nel settore dei media e della pubblicità, alla fine sarà costretta a lasciare il campo alle nuove società private polacche. 

La forza imprenditoriale di Grauso (apre anche un moderno centro stampa alla periferia della capitale) si scontra con una certa debolezza politica: il suo gruppo di giornalisti, infatti, è legato al presidente Lech Walesa, lo storico leader del sindacato “Solidarnosc” fondato nei cantieri navali di Danzica, mentre stanno emergendo i postcomunisti guidati dal futuro premier e poi capo dello stato Alexsander Kwasniewski. Nel giro di un biennio la sua esperienza si brucia con una pesante sconfitta: una legge – ideata apposta per far vincere imprenditori locali – assegna i canali televisivi ad un altro gruppo mentre la magistratura dispone la chiusura di dieci su dodici emittenti private proprio mentre la pubblicità comincia a fatturare alti livelli di introiti. Si rivelano inutili tutti gli sforzi di immagine e politico-imprenditoriali di Grauso che porta in Sardegna charter di giornalisti per far conoscere la nostra terra e per sviluppare reciproche relazioni. Nel marzo 1994 riesce persino ad organizzare un eccezionale concerto nel teatro “Wielki”, il principale di Varsavia, chiamando a suonare l’orchestra della Scala di Milano diretta dal maestro Riccardo Muti. Tra gli ospiti c’è anche l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, presenti le massime autorità politiche e i vip polacchi. L’evento straordinario viene ripreso in diretta dalle Tv del network Polonia 1 e anche da Videolina. Ma il trionfale successo non basta a convincere il Parlamento chiamato a decidere sulla legge che disciplina l’emittenza privata. Arriva la sconfitta ed è definitiva. Così nella primavera del 1994 decide di chiudere l’avventura polacca lasciando tutto alle società dei giornalisti polacchi e perdendoci un bel po’ di miliardi di lire. 

La rivoluzione del berlusconismo

In Italia il “berlusconismo” e “tangentopoli” stanno stravolgendo il sistema politico, ma anche l’economia e l’editoria. Grauso è rimasto folgorato dal “Cavaliere” e da uomo dichiaratamente di sinistra – che finanzia anche giornali comunisti – vira con piena convinzione ed entusiasmo a destra. Così decide un radicale cambiamento nella conduzione dell’Unione, con molti giornalisti della redazione tesserati o vicini al Pci. In quegli anni il quotidiano si era mantenuto su posizioni di un delicato equilibrio, in prima linea sulla grandi battaglie per l’economia dell’Isola, con aperture un po’ a tutto l’establishment politico, ampio spazio ai fatti di cronaca, per accontentare un pubblico di fedeli lettori diviso a metà tra sinistra e centrodestra (il capoluogo, con l’eccezione di due sindaci socialisti tra gli anni ’70-’90, è stato sempre un bacino democristiano e conservatore, all’opposto dell’elettorato sassarese e nuorese). 

L’avvento di Berlusconi ha effetti vorticosi anche nell’Isola. Grauso, scottato dall’esperienza polacca, si rituffa nel giornale cagliaritano con l’idea che il mondo stia cambiando e che sia necessario dare una svolta verso le novità politiche ed economiche. Primo passo decide di cambiare tutto in redazione. 

In pensione Arturo Clavuot, viene nominato direttore il trentenne Antonangelo Liori, due lauree, scrittore, esperto di tradizioni della Sardegna, dinamico e senza troppi scrupoli nel modo di condurre il giornale, con numerosi interessi anche extraeditoriali. Rivendica con orgoglio le sue origini di Desulo, e l’uso della limba sarda. Questo suo essere “barbaricino” sarà uno degli elementi negativi per il giornale molto legato alle tradizioni culturali cagliaritane e alle altre aree di propria influenza. Le copie che Grauso sperava di recuperare con Liori nel Nuorese e con la svolta politica verso Berlusconi, non saranno tali da coprire le perdite nelle altre zone campidanesi e nel bacino di lettori che si oppongono ideologicamente e politicamente a Forza Italia. L’Unione perderà in quel periodo anche lettori di sinistra che comunque, pur critici, lo compravano e leggevano. Calano i numeri della diffusione con crescente preoccupazione nel management del giornale. 

Saranno cinque anni molto duri, con una conflittualità esasperata nella redazione e fuori. Per le elezioni del 1998 Grauso decide di candidarsi a sindaco con il Nuovo Movimento da lui fondato, ottenendo un personale successo con 14.878 voti, pari al 14,5 per cento, il doppio della sua lista. Sindaco viene eletto Mariano Delogu, uomo di destra, penalista di fama e con largo seguito popolare per il suo ruolo nel mondo dello sport, in particolare ex presidente del Cagliari, e comunque vicino all’Unione come opinionista e legale. Con Delogu il centrodestra, sull’onda nazionale di Berlusconi, vince alla grande, mentre per Grauso si aprono le porte del Municipio di via Roma in qualità di consigliere comunale. Quella, per lui, fortunata battaglia un anno dopo lo spinge ad osare oltre e a candidarsi alle regionali col suo Nuovo Movimento. Riuscirà ancora ad essere eletto consigliere regionale, a dimostrazione della forza del giornale che ovviamente lo appoggia pur dando voce e spazio a tutti i partiti e ai candidati. 

La discesa in campo politico e lo schieramento in prima persona dell’editore porta L’Unione a vivere un periodo difficilissimo, in pieno contrasto con la giunta regionale di sinistra guidata dall’ex magistrato Federico Palomba. Grauso entra in conflitto anche con la magistratura, in un momento di grandi tensioni durante il sequestro della giovane ogliastrina Silvia Melis e del suicidio del giudice Lombardini. I fatti extragiornalistici incidono sulle vendite (che tuttavia si mantengono alte oltre le 70 mila copie) e soprattutto sulla credibilità della testata, mai nella sua recente vita così esposta ad attacchi politici. Una drammatica vicenda rimasta alle cronache, agli atti giudiziari e alle sentenze, ma che meriterebbe un approfondimento critico e distaccato quando qualcuno si prenderà l’onere di scrivere la storia della Sardegna della fine del Ventesimo secolo. 

La scoperta di internet 

In questo tempestoso quinquennio Grauso non solo si è lanciato in politica, ma il suo dinamismo imprenditoriale, le sue geniali intuizioni nel settore dei media e le possibilità finanziare (grazie anche agli introiti del gruppo U.S.-Videolina) lo hanno spinto verso una nuova sfida. Questa volta mondiale e davvero straordinaria per un piccolo editore di una regione periferica. Nichi, appoggiato da un grande giornalista ed esperto di comunicazione com’era l’amico e direttore editoriale dell’U.S. Alberto Rodriguez (scomparso prematuramente nel 2001), scopre Internet. Quasi casualmente, grazie agli esperimenti che in redazione stava effettuando il system manager Ranier Van Kleej, intuisce l’immenso potenziale del web. Dai timidi tentativi di trasferire L’Unione su internet nasce l’idea di fondare il primo provider italiano Video On Line. Un contenitore che anticipa i futuri portali che presto si moltiplicheranno nella rete che si sta formando a livello globale. 

Il primo quotidiano italiano online

Nel luglio del 1994 L’Unione sarà il primo giornale italiano a essere inserito nel web, prima manualmente con operazioni notturne messe in atto dai tecnici, e poi automaticamente con un software. Nella seconda parte di questo saggio parleremo più a fondo dell’avventura di VOL. Il progetto si concretizzò nel volgere di appena un anno, ma i forti investimenti necessari – soprattutto i costi per le linee telefoniche – bruciarono i capitali iniziali e andarono ad intaccare pericolosamente i bilanci dell’U.S., il giornale-madre su cui gravava il grosso delle spese. Il quotidiano accusò il colpo, mentre in parallelo il sogno visionario di Grauso si allargava alla politica. 

La sua discesa in campo, come detto, avviene con la fondazione del Nuovo Movimento e la doppia corsa, prima alle comunali e poi alle regionali. 

Il direttore Liori asseconda Grauso nei suoi editoriali, spesso sferzanti oltre la lecita critica, tanto da attirargli contro numerose denunce per diffamazione (che si concluderanno con condanne e conseguenti pesanti risarcimenti a carico del giornale). La battaglia politica si riflette all’interno della redazione dove si cerca di trovare un precario equilibrio tra la politica e la cronaca regionale, soprattutto quella cittadina e locale, che da sempre è l’anima che determina il successo e le vendite della testata 

L’epilogo di una stagione oscura 

Nell’agosto del 1999 Liori, già raggiunto da numerose denunce per diffamazione e coinvolto in altre inchieste personali, viene messo da parte con l’arrivo di un intellettuale sardista molto noto e stimato quale l’antropologo professor Bachisio Bandinu, già collaboratore ma con nessuna esperienza redazionale. Il neodirettore conferma e si affida al gruppo dirigente che, nella bufera del periodo Liori, è riuscito a pilotare la nave colpita duramente dall’interno e dall’esterno, evitando che affondasse. La professionalità e la fedeltà al giornale di quella pattuglia dirigenziale di giornalisti e tecnici, le indubbie qualità del resto della redazione e la forza della storica testata, hanno salvato L’Unione non solo dal “sorpasso” del competitor e dal naufragio, ma anche a conservare la leadership regionale nonostante l’impegno della Nuova Sardegna che invece appoggiava la sinistra al governo della Regione. 

Nell’estate del 1999 il giornale è allo stremo, al centro di costanti attacchi politici, con i bilanci che cominciano ad essere molto preoccupanti e tenuto sotto mira dalle inchieste della magistratura. Iniziano a circolare con insistenza le voci di una vendita per evitare il fallimento e per gettare le basi per un salvataggio. Insomma, si prepara il dopo Grauso che tra politica e guai giudiziari ha altro a cui pensare. Alla fine, a un passo dal baratro per il gruppo, vende tutto. Nel 2001 si dimette anche da consigliere regionale e per il momento esce di scena. Lo ritroveremo di nuovo in pista cinque anni dopo con l’iniziativa di EPolis. 

Arriva Zuncheddu: il rilancio in grande 

Ad acquistare il gruppo, che faceva gola a grossi nomi dell’editoria nazionale, l’imprenditore sardo, Sergio Zuncheddu, con un piano di risanamento e di rilancio del giornale. A partire dalla credibilità che gli eventi politici di Grauso e le disavventure giudiziarie di Liori, avevano portato ai minimi storici. È necessario uno sforzo economico enorme che Zuncheddu ha portato avanti con determinazione a cominciare dal Duemila. L’imprenditore originario di Burcei viene da una dinamica e fortunata attività nel campo immobiliare, avviata negli anni Ottanta in Italia. Gli uffici delle sue società, si affacciano in piazza del Duomo, a Milano, il cuore pulsante della City meneghina. A Cagliari costruisce i primi grandi centri commerciali, poi in seguito a Olbia e a Sassari. Al contrario di Grauso, non gli piace apparire (esistono pochissime sue foto pubblicate sui giornali), tiene il basso profilo ed è un instancabile lavoratore con gli staff delle diverse e molteplici attività, a cui ora si aggiungono quelle del gruppo editoriale. 

Sergio Zuncheddu nel 1996 si affaccia nel settore dell’editoria che comincia ad affascinarlo. Insieme al celebre giornalista-direttore-opinionista Giuliano Ferrara contribuisce a fondare Il Foglio, di cui diventa inizialmente azionista di maggioranza relativa. Nell’estate del 1999 si apre una nuova prospettiva in Sardegna. Il suo interesse si concentra sul giornale a cui da sempre era legato come affezionato lettore e che vede precipitare in una crisi senza più uscita, con l’unica prospettiva della vendita a un grande gruppo nazionale.

 La sua idea è di tenere in Sardegna il giornale dei sardi e di cimentarsi in una nuova impresa industriale. A conclusione di una complessa trattativa nel 1999 rileva l’intero gruppo costituito da L’Unione Sarda, Videolina, Radiolina, e sito web UnioneSarda.it versando a maggio 42 miliardi di vecchie lire e a settembre oltre 100 miliardi. Nell’autunno è pronto a dare il via alla nuova sfida, un progetto ambizioso per idee e necessari investimenti, col duplice obiettivo di ricostruire la storica testata e rilanciare le altre aziende del gruppo. 

L’Unione resta ai sardi 

Domenica 3 ottobre Sergio Zuncheddu si presenta ai lettori con un editoriale in prima pagina dal titolo esplicito «Cambiare per crescere». L’articolo è preceduto da un breve distico in neretto con cui la testata annuncia ufficialmente il cambio di proprietà. 

«Fin dal maggio ultimo – scrive Zuncheddu – Nichi Grauso aveva deciso di vendere L’Unione Sarda, rinviandone l’esecuzione sia per evitare sovrapposizioni con le sue vicende politiche, sia per negoziare meglio le sue condizioni. Gli sono grato per aver venduto, potendo scegliere, a me e non ad altri e per aver deciso di mantenere in Sardegna il primo gruppo editoriale sardo. L’Unione Sarda è una delle testate più antiche e prestigiose dell’universo editoriale italiano, ha informato generazioni di sardi succedutosi in più di un secolo di vita essendo stato testimone ed interprete qualificata di eventi anche drammatici che sono ormai parte della storia della Sardegna e di questo paese». 

«Con la testata questa impresa editoriale possiede un patrimonio di lettori, di risorse umane e tecnologiche, di competenze e professionalità che hanno consentito a questo giornale di superare, ancorché indebolito, gli ultimi difficili, travagliati anni e di mantenere la propria capacità competitiva. Tuttavia proprio partendo dalle attuali posizioni di forza e di debolezza insieme in termini di prodotto, tecnologie, organizzazione, diffusione e quota di mercato pubblicitario L’Unione Sarda dovrà cambiare e crescere». 

Il testo seguente è un vero manifesto in cui il neo editore enuncia il suo programma e soprattutto la sua “filosofia”. «Dovrà prima di tutto accrescere la propria autorevolezza e il proprio prestigio agli occhi dei lettori, dandosi la missione di fornire loro una informazione libera, indipendente e autonoma, rispettosa delle diverse opinioni, orientamenti politici e sensibilità culturali. Dovrà difendere i cittadini e le imprese dalla arroganza e sovente dalla stupidità della pubblica amministrazione, vera zavorra economica e sociale del nostro sistema, dando spazio e voce alla Sardegna che lavora e che produce ed a quella giovane e indifesa, inibita e persino mortificata nella propria dignità dalla superficialità e leggerezza con cui viene affrontato il problema della disoccupazione giovanile». Sembra, a distanza di anni, di vedere l’attuale quadro economico, sociale e politico dell’Isola colpita da una crisi profondissima, come se in tutto questo tempo il mondo imprenditoriale (Unione compresa) sia andato avanti, mentre la classe dirigenziale e burocratica sia rimasta come allora. 

Riprendiamo il filo del discorso di Zuncheddu: «L’Unione Sarda dovrà difendere la propria professionalità e dignità di tutti i dipendenti, incentivando gli atteggiamenti ed i comportamenti orientati a preservare l’integrità e ad accrescere la solidità di questa impresa, in quanto patrimonio non solo degli azionisti, ma anche degli stessi dipendenti, fornitori, collaboratori e lettori». 

Per fare piazza pulita sulle voci che in quei giorni si rincorrono sulle possibilità che dietro l’imprenditore sardo ci fosse Berlusconi o un grosso gruppo nazionale, Zuncheddu annuncia che «questa azienda rinuncerà a chiedere i contributi per l’editoria e farà quadrare i propri conti o aumentando i ricavi, o tagliando i costi, o capitalizzando, ovvero facendo le tre cose insieme. Dovrà competere sul mercato concorrenziale in modo sano e corretto, migliorando il proprio prodotto, la propria organizzazione produttiva, la diffusione ed il servizio, la qualità erogata e quella percepita dai lettori. Dovrà, insomma, vendere più copie e più pubblicità». Precisa infine «di aver comprato il pacchetto azionario di questo Gruppo in modo trasparente ed a titolo assolutamente definitivo e irreversibile» e di «non avere alcuna intenzione di rivendere, come risulterà chiaro sia dalle comunicazioni di legge che dai miei comportamenti futuri… In ogni caso – conclude – la proprietà de L’Unione rimarrà tra Cagliari e Burcei». 

Un programma a lungo termine 

Il piano si delinea su diverse direttrici: rifondazione totale, pacificazione della redazione dove la conflittualità aveva reso difficile il lavoro e i rapporti interni, apertura delle redazioni locali, una dozzina di nuove assunzioni con giovani laureati da inserire nelle nuove realtà periferiche, sviluppo della pubblicità, del sito web e delle attività promozionali con la creazione della “Biblioteca dell’Identità” coordinata dal direttore editoriale Gianni Filippini (centinaia di libri, video e Cd) per sostenere la diffusione e fidelizzare i lettori. E tante altre iniziative quali le edizioni locali, un grosso sforzo giornalistico e di marketing per radicare la testata in Gallura e a Olbia, terra in sviluppo, apertura della redazione a Milano e per un anno anche a Roma. 

Il grande impegno si manifesta soprattutto nelle tecnologie con la creazione di un modernissimo centro stampa vicino all’aeroporto di Elmas dove si stampano anche gran parte dei giornali nazionali (in estate sino a 16/18 giornali con mezzo milione di copie in macchina ogni notte). Il centro viene costruito a tempo di record: chiuso il vecchio capannone dall’altra parte della strada, si apre il nuovo impianto nel 2000 con due macchinari, capaci di stampare 50 mila copie all’ora. In seguito, nel 2005, verrà installata una nuova rotativa in grado di stampare giornali full-color sino a 80 pagine con una velocità di 60 mila copie all’ora. Nel suo genere il centro di viale Elmas, che si vede subito all’arrivo all’aeroporto, è il più grande e tecnologico del Mediterraneo. 

In redazione 

Le novità dell’era Zuncheddu comportano trasformazioni tecnologiche e cambiamenti del modo di lavorare anche in redazione. Nel decennio avvengono due cambi di sistema, all’avanguardia in Europa: oggi un giornalista può gestire col pc dal suo tavolo o con un portatile tutto il procedimento editoriale a 360 gradi. Anche da casa! In questo progetto si inserisce l’archivio elettronico con la memorizzazione quotidiana del giornale e un altro programma che consente la visualizzazione di ogni numero dell’Unione, dal primo del 1889 ad oggi (grazie alla digitalizzazione delle copie microfilmate prima del Duemila e poi con l’inserimento elettronico delle copie in uscita ogni giorno nel sistema editoriale). 

Per portare avanti il suo progetto l’editore fa affidamento alle forze della redazione e si avvale della guida di diversi direttori che si succedono dalla fine del 1999, ciascuno portando la propria esperienza personale e la specifica professionalità. 

Dopo l’intellettuale antropologo Bachisio Bandinu, che fa da ponte nel passaggio tra Grauso e Zuncheddu, si avvicendano in un processo di continuità, Mario Sechi (2000-2001), Roberto Casu (sino al 2003), Claudio Mori (sino al 2004), Dionisio Mascia (2005) e Paolo Figus che, prese le redini della redazione nel marzo del 2005, resta saldamente in sella sino al maggio 2013. 

Il progetto si concretizza in meno di un decennio, tappa dopo tappa. Il giornale raggiunge i traguardi prefissati, consolida la leadership nell’Isola, riconquista l’autorevolezza e l’affetto dei lettori. Zuncheddu può dirsi soddisfatto, ma il programma non è ancora concluso perché devono completarsi i lavori di costruzione della nuova sede nella zona di Santa Gilla che dovrà ospitare tutto il Gruppo. 

Il traguardo dei 120 anni 

Intanto il 13 ottobre 2009 si festeggia il compleanno dei 120 anni. Un’età venerabile che pone L’Unione Sarda tra le testate storiche più longeve e ancora vivaci del panorama nazionale. Per l’occasione il quotidiano va in edicola all’interno di un “supplemento” di quattro pagine. La copertina riporta le due date (1889-2009) con il primo numero di quel lontano 1889 che si apre sulla prima pagina dell’anno in corso con il titolo e la foto sul trionfo del cantante sardo Marco Carta al festival di Sanremo. La controcopertina riproduce lo storico numero 1 dell’Unione a cinque colonne tutte scritte con l’articolo di apertura dedicato alla solidarietà per le vittime dell’inondazione del Campidano nei giorni precedenti. In copertina, invece, l’editore firma un lungo articolo col bilancio del decennio sotto la sua conduzione. 

Il titolo è esplicativo: «Da dove veniamo, chi siamo, dove vogliamo andare»: 

«Mi sono spesso domandato cosa il fondatore dell’Unione Sarda Francesco Cocco Ortu, il 13 ottobre 1889, abbia pensato nel prendere in mano il primo numero del suo giornale. Mi sono domandato se questo eminente politico liberale cagliaritano abbia gioito, nel leggere il primo numero dell’UnioneSarda, soltanto per il momentaneo piacere dato dal vedere realizzato il sogno coltivato a lungo di avere un mezzo di informazione al servizio del movimento liberale di cui era egli stesso il massimo esponente. Mi sono chiesto se, in qualche modo, non abbia pensato anche ad oggi, a 120 anni dopo, a quelli, come noi, che siamo venuti dopo. Mi fa piacere pensare che l’abbia fatto. Mi fa piacere pensare che il primo editore di questo giornale avesse in mente di creare qualcosa che gli sopravvivesse e che diventasse ciò che poi L’Unione Sarda è diventata: memoria e testimonianza quotidiana dell’identità della gente di Sardegna. Sì, penso sia andata così. Non si spiegherebbero altrimenti i 120 lunghi anni di storia dell’Unione e la sua resistenza all’usura del tempo se non con il fatto che le cose che nascono, come le imprese, anche per coloro che verranno dopo di noi assumono un tratto di nobiltà e grandezza tali da renderle resistenti e adatte a superare tutte le avversità». 

«Da dove veniamo» 

«Così mi piace pensare – continua Zuncheddu – che L’Unione Sarda sia nata, nella mente e nell’azione del suo primo editore, e che, anche per questa ragione, questa impresa editoriale sia arrivata fino a oggi passando attraverso, e accompagnando, le generazioni di sardi succedutesi in questi primi 120 anni di vita. Così mi piace pensare che questo giornale sia nato per veicolare e diffondere i valori del liberalismo che proprio in particolare nell’Ottocento si affermarono, anche come reazione ai regimi dispotici che ancora dominavano e infestavano l’Europa. E la tutela e la difesa dei diritti di libertà degli individui, in primo luogo quelli connessi proprio alla libertà di espressione e di stampa, siano stati, mi piace pensare, i primi valori che Cocco Ortu e i suoi soci e amici intesero difendere e diffondere facendo nascere L’Unione Sarda. 

Rendo quindi omaggio ai fondatori e a tutti coloro (editori, direttori, giornalisti, dirigenti, poligrafici, impiegati e agenti pubblicitari), i quali, con il loro impegno, sacrificio e spirito di appartenenza hanno contribuito e consentito al giornale di arrivare fin qui, ben 120 anni dopo. Essi infatti hanno saputo mantenere alto il nome della testata e hanno fatto sì che L’Unione Sarda continuasse a essere l’unico vero giornale dei sardi, difendendolo in silenzio e con successo dai tentativi, anche recenti, ancorché velleitari, di demolirne il prestigio, l’autorevolezza e la credibilità presso i propri lettori e inserzionisti». 

«Chi siamo» 

«Siamo oggi il Gruppo editoriale leader in Sardegna, libero e indipendente, con i bilanci in ordine e con gli indicatori tipici di questo settore tutti positivi, dalle copie vendute in edicola alle inserzioni pubblicitarie, dal tasso di innovazione tecnologica alla capacità produttiva, dalla presenza sul territorio alla correttezza e trasparenza nella gestione aziendale. Dopo 10 anni di duro e intenso lavoro dall’acquisto de L’Unione Sarda, dopo investimenti ingenti e cambiamenti radicali nel prodotto editoriale, nel nuovo centro stampa, nei processi produttivi, nella concessionaria di pubblicità, nelle iniziative editoriali con oltre cinque milioni e mezzo di libri stampati e venduti in edicola della nostra “Biblioteca dell’Identità”, siamo il Gruppo editoriale regionale di maggior successo nel panorama editoriale italiano di oggi. Siamo il punto di riferimento, in Sardegna, per tutti coloro che vogliono avere una informazione libera e indipendente, autorevole e credibile, capace di difendere gli interessi della Sardegna rispetto a qualunque potentato economico e politico, sia che si tratti di scorie nucleari o rifiuti urbani importati, di chimica predatoria del parastato o pale eoliche in mare. O che si tratti di denunciare la pochezza di parte della classe politica passata e di parte di questa presente nell’elaborare una seria e credibile strategia di sviluppo economico e diffusione del benessere, compatibili con quello che siamo, che sappiamo fare e che possiamo fare, nel rispetto dell’immenso patrimonio paesaggistico e ambientale che abbiamo ereditato, senza quindi eccessi ma anche senza radicalismi stupidi e inutilmente dannosi». 

«Negli ultimi dieci anni – sottolinea Zuncheddu – abbiamo cambiato tutto, proprio tutto, di ciò che comprai nel 1999, e, con il trasferimento nella nuova sede attualmente in costruzione previsto per l’anno prossimo, nulla, neppure una molecola sarà rimasta nell’Unione Sarda del futuro di quelle acquistate 10 anni fa». 

La rivoluzione del formato tabloid: presente e futuro 

A metà del 2013, con la crisi dell’editoria in atto e il progetto di trasformare L’Unione da formato” lenzuolo” a tabloid, Zuncheddu ordina una nuova rotativa per l’ennesima rivoluzione tecnologica. Cosa che avverrà, anche questa, con tempi rapidissimi: installazione a fine anno e operativa a metà gennaio del 2014, quando usciranno le prime copie del giornale ridotto formato “Berliner”, un modello più agile del genere tabloid. Una novità assoluta per la ultrasecolare testata, che a pochi mesi dal varo sembra aver incontrato una favorevole accoglienza anche presso i lettori più anziani e tradizionalisti. 

Nei programmi enunciati da Zuncheddu, sin dal primo momento, figuravano decisivi cambiamenti da portare avanti a tappe forzate nell’ottica di una svolta epocale. A partire dai primi mesi del Duemila L’Unione, nel rispetto della sua storia e tradizione, è diventato un nuovo giornale, libero da condizionamenti politici e finanziari, aperto a tutte le voci della Sardegna, più attento alle cronache locali e al radicamento nel territorio, pronto ad investire su tutte le novità tecnologiche dei media e del web. È stata una grande scommessa, con l’obiettivo di recuperare le copie, rafforzare la leadership nell’Isola, restituire prestigio e credibilità. 

Da quella faticosa partenza sono già trascorsi quasi quattordici anni e ciò che è avvenuto è davanti agli occhi di tutti e della città, a cominciare dalla nuova sede in piazza L’Unione Sarda. 

La nuova sede a Santa Gilla 

Chiusa la palazzina di via Regina Elena, il 30 ottobre 2011 tutto il gruppo editoriale si è trasferito al centro polifunzionale nella zona di Santa Gilla, dove il giornale convive con le altre realtà del gruppo e il Planetario (unico nell’Isola) in un elegante e modernissimo edificio di vetro. Qui operano Videolina (con redazione e un teatro di scena per le trasmissioni dal vivo), Radiolina, il sito web, la pubblicità e l’amministrazione. Una cittadella dell’informazione a 360 gradi che si affaccia sulla piazza abbellita da una fontana, di notte sempre illuminata. 

L’antico concetto urbanistico di piazza, come luogo d’incontro e di scambio, qui si integra e si specchia nel moderno mondo della comunicazione globale e diventa la piazza virtuale dei lettori e fruitori di internet, dove tutto passa, scorre e si consuma. 

Da due anni la crisi si fa sentire sempre più forte e non risparmia neppure L’Unione e il gruppo. È necessaria una nuova svolta e occorre mettere in atto rapidamente un progetto che porti a ridurre le spese, a migliorare e modernizzare ancora il prodotto, con l’obiettivo di superare anche questa bufera che arriva da lontano e che coinvolge tutta l’Italia. Serve un management giovane, fresco, già capace di muoversi nelle novità dei media e del web, con la mente rivolta al futuro. Così l’editore nomina direttore il quarantaduenne Anthony Muroni, fresco di energie, appassionato di social network e nuove tecnologie, ricco di idee innovative e che gode di un’ampia fiducia in redazione. Muroni ha maturato esperienze nelle redazioni locali per approdare alla politica e anche a Videolina dove conduce Dentro la Notizia, un programma serale di approfondimento, che si affianca all’altra trasmissione di successo (Sardegna verde) condotta da vent’anni dal direttore dell’emittente Emanuele Dessì, anch’egli proveniente dalla redazione del giornale. 

Da Muroni a Dessì: il futuro oltre la crisi

Con l’arrivo di Anthony Muroni nel maggio 2013 il giornale si prepara alle novità epocali che si concretizzeranno sabato 25 gennaio 2014. Un’altra data storica, per L’Unione Sarda che si avvicina ai compiere i suoi 125 anni. Esce a 64 pagine tutte a colori in formato “Berliner”.

La direzione di Muroni si esaurisce presto: da una parte porta avanti il programma di svecchiamento della redazione e di taglio drastico del costo del lavoro con 15 prepensionamenti, per bilanciare il crollo della pubblicità e l’emorragia delle copie che calano in tre anni sotto le 50 mila copie e continuano a scendere a 44 mila nel 2017.  Dall’altra però finisce il feeling con l’editore con l’inevitabile conclusione delle dimissioni.

Al suo posto viene nominato Emanuele Dessì. Una scelta interna che privilegia un giornalista ancora giovane, ma con una grande esperienza nel giornale e nella Tv Videolina dove da tempo era stato trasferito sino a diventare direttore. Con Dessì inizia l’ennesima vita del quotidiano cagliaritano che, colpito duramente dalla crisi dell’editoria, deve guardare al futuro puntando tutto sulle sinergie del gruppo e dello sviluppo del giornale online. 

Fonti:

Estratto e aggiornato da “Dalla linotype al web…” (Cuec, 2014)

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