Il disastro ieri e oggi

Analogie tra il 1889 e il 2018

Sembra di leggere le cronache dei giorni scorsi: <<Case in rovina, masserizie distrutte, carogne di mandrie disseminate nei campi, lungo i filari di vigneti, dentro i fossati dello stradale, rendono immagine d’una ecatombe spaventosa, d’un saccheggio sfrenato>>. E ancora: <<Sentosi per l’aria un non interrotto piagnisteo di donne e fanciulli, di vecchi… Chi rimpiange le robe perdute e si lamenta del presente squallore, chi a maggior diritto si dispera per la morte di qualche congiunto od amico e chi senza lacrime guarda stupidito quella scena di desolazione.

E’ un orrore>>. Con il lessico dell’italiano ottocentesco l’ignoto cronista descrive in un’intera pagina il disastro del nubifragio che si era abbattuto su Cagliari e l’intero Campidano solo una settimana prima, il 5 ottobre. Siamo nel 1889, ma sembra la cronaca di oggi: 130 anni dopo.

(Di seguito i link del commento uscito in prima pagina e il seguito a pagina 4 di taglio basso).

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A descrivere l’apocalisse di pioggia, vento e grandine, è proprio L’Unione Sarda, il nuovo giornale appena nato nel capoluogo. In vista delle imminenti elezioni comunali e provinciali in calendario in quel novembre, un gruppo di amici guidato dal deputato Enrico Lai che sosteneva il parlamentare Francesco Cocco Ortu, aveva deciso di fondare un giornale in opposizione al quotidiano L’Avvenire di Sardegna, schierato invece con la fazione contraria legata al deputato Francesco Salaris. Entrambi i gruppi facevano parte della sinistra liberale, ma a Roma come a Cagliari le diverse posizioni si differenziavano e si scontravano sui grandi temi della politica nazionale e locale. Cocco Ortu, vicino al ministro Zanardelli, era più per il decentramento, i suoi avversari con Crispi e l’ala di Depretis (deceduto nel frattempo) su linee più centraliste.

Sicuramente Lai e compagni stavano preparando il nuovo giornale quando piombò sul Campidano il tremendo nubifragio: 25 morti, 900 abitazioni distrutte, almeno ottomila senzatetto. Così decisero di pubblicare il giornale anzitempo, all’indomani del disastro, domenica 6 ottobre con un numero di saggio. L’Unione Sarda esce per la prima volta con la prima pagina dedicata “Ai lettori”. La notizia del disastro si trova in quarta pagina in un breve pezzo che fa pensare a una notizia infilata all’ultima ora, quando il giornale era già impaginato e pronto per la stampa. Inoltre è probabile che non si avessero informazioni sull’entità della sciagura.

Una settimana dopo esce il numero uno dell’Unione come settimanale politico che diventerà quotidiano da lì a due mesi, il 17 dicembre. Intanto il foglio di domenica 13 ottobre racconta i danni del nubifragio con un ampio reportage sui luoghi sommersi dall’esondazioni dei fiumi. Ma soprattutto in prima pagina dà conto della macchina dei soccorsi, della gara di solidarietà e generosità dei sardi, pubblica lunghi elenchi nominativi sulle offerte in favore degli alluvionati, sollecita interventi politici adeguati e tempestivi a favore della popolazione. Sin dagli esordi, insomma, L’Unione nato per scopi politici, dimostra di volersi mettere dalla parte dei lettori. E’ l’avvio di una tradizione destinata ad essere confermata e consolidata nel tempo, per 130 anni che si avvia a compiere nel 2019.

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Singolare coincidenza che l’anno delle celebrazioni si apra in un periodo di campagna elettorale per le vicine regionali e che debba registrare un altro disastro naturale. Sembra di rileggere le cronache del lontano passato. Memorabile quel 1889 che vedrà la nascita e l’affermazione del nostro giornale. Temi centrali i problemi della città, il confronto politico, la ricca vita culturale e l’eterno dibattito sull’Università. La Provincia è chiamata a versare un finanziamento di 30 mila lire, ma c’è chi si oppone e chiede l’accorpamento con l’ateneo di Sassari. Tutti però reclamano un forte intervento a Roma perché venga riconosciuta l’importanza delle due università sarde all’epoca declassate, che costringevano gli studenti ad emigrare e i migliori docenti a preferire altre sedi dove lo stipendio era doppio. Fuga dei cervelli, si direbbe oggi. Curioso, no?

Fonti:

L’Unione Sarda, 16 ottobre 2018

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