Grande Guerra: prigionieri in Sardegna

Ad metalla nel Sulcis, un libro sugli internati dell'esercito austroungarico
L'Unione Sarda - 25.10.2018

Durante la Grande guerra la Sardegna accolse migliaia di prigionieri dell’Esercito austro-ungarico che dal fronte venivano trasferiti all’Asinara. Molti furono poi inviati a lavorare nelle miniere, nei cantieri edili e nei campi dell’Isola per sostituire i centomila uomini arruolati tra il 1915 e il 1918. Contrariamente a ciò che scriveva la stampa nemica dell’epoca, tra sardi e prigionieri provenienti da tante nazionalità dell’Impero si instaurarono buoni rapporti sia nel lavoro che nella vita quotidiana, con reciproco rispetto e in molti casi anche amicizia. Ricevevano una paga giornaliera, venivano curati e avevano razioni simili al cibo che si poteva permettere la popolazione in quel periodo di fame causa le vicende belliche. La psicosi dei prigionieri portatori di terribili pestilenze si diffuse quando arrivarono a Cagliari nel marzo del 1916 i primi austro-ungarici. Quegli uomini ridotti pelle e ossa erano i reduci dalla “marcia della morte” nei Balcani, dopo due mesi a piedi nella neve dalla Slovenia sino a Valona in Albania. I 24 mila sopravvissuti dei 70 mila catturati dall’armata serba furono trasportati con il primo ponte navale umanitario della Marina italiana all’Asinara: 8 mila morirono di colera e fame, ma ben 16 mila furono salvati nel gigantesco campo di accoglienza messo su a tempo di record.

Il libro di Madeddu

Una pagina poco nota, o addirittura sconosciuta, questa dei prigionieri della Grande guerra sparsi in tutta la Sardegna, ora ricostruita dal ricercatore di Iglesias Giorgio Madeddu nel libro “La damnatio ad metalla” (Gaspari editore, pag. 192). Non è un caso che sia stato uno studioso del luogo a ritrovare le tracce di quegli uomini che parlavano tanti dialetti europei perché un gran numero finì a lavorare nelle miniere di Bacu Abis. Al gennaio del 1917 risultavano quasi 20 mila prigionieri nel Sulcis (tra cui 129 ufficiali) e 500 a Monte Narba, in un campo d’internati tra Muravera e San Vito.

Finisce il Centenario 

Questo libro giunge nel momento conclusivo delle celebrazioni per il Centenario della vittoria, in programma a Cagliari e in tutta Italia a novembre, con gli ultimi convegni e mostre. E apre un capitolo sinora inesplorato sulla presenza capillare nell’Isola di migliaia di stranieri, dei quali restano ancora numerose tracce, oltre ad epigrafi e tombe nei cimiteri locali.

(Nella foto a dx: accampamento dei prigionieri Austriaci all’Asinara 1915-1916)

Il campo dell’Asinara 

L’arrivo massiccio dei reduci di Valona fu solo l’episodio più vistoso di un fenomeno che cominciò ordinatamente sin dall’estate del 1915 con i primi prigionieri portati all’Asinara, centro di detenzione e di smistamento nell’Isola maggiore. La Sardegna – come ben sottolinea lo storico dell’università di Cagliari Stefano Pira nell’introduzione al volume – per la sua condizione di insularità era stata scelta in precedenza quale destinazione obbligata dei cittadini dell’impero presenti nel territorio italiano al momento dello scoppio delle ostilità. E poi come campo di concentramento dei militari catturati al fronte, divisi tra l’Asinara e Monte Narba. Da questi due centri venivano inviati al lavoro: una settantina di paesi, ma anche Cagliari e le città maggiori, accolsero questi uomini. Giorgio Madeddu ne ricostruisce con meticolosità biografie e spostamenti attraverso documenti d’archivio e materiale epistolare (lettere, cartoline, diari). Dai giornali sardi e nazionali emergono storie di generosità e solidarietà con i giovani internati, mentre la stampa austriaca racconta storie fantastiche di soldati reclusi <<in un’isola tanto lontana dove erano stati mandati a crepare di malaria e lebbra>>. Il Corriere della Sera risponde che gli <<internati tedeschi e austriaci ricevono in Sardegna un trattamento quale augureremmo volentieri venisse usato ai nostri in Austria>>.

(Nella foto a dx: unica immagine ad oggi nota che ritrae prigionieri austriaci a Iglesias. Collezione privata Giovanni Orrù)

Nelle miniere

Dalle miniere di carbone e metalli del Sulcis Iglesiente, a quelle del Guspinese – Arburese, passando per il Sarrabus e Seui per giungere a Padria e all’Argentiera, senza tralasciare le miniere minori, il libro descrive l’arrivo dei prigionieri e il loro impiego nei lavori estrattivi sino alla loro partenza, avvenuta, in alcuni casi nel secondo semestre del 1919.

Oltre il contesto minerario, indagato con accuratezza e rigore scientifico, lo studio avvia il censimento, paese per paese, delle diverse attività lavorative dove furono impiegati i prigionieri e dei relativi luoghi di morte e sepoltura, proponendo al lettore uno spaccato della vita economica e sociale della Sardegna durante il periodo bellico. Solo il comune di Ussana ha dedicato a questi uomini un monumento, mentre la loro memoria, prima di questo meritorio lavoro, era praticamente perduta.

                                                       Carlo Figari

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