Cagliari dalla penna di Ballero

La conferenza di Paolo De Magistris
Paolo De Magistris

Il libro “Le case di fango” di Antonio Ballero uscì nel 1985 grazie alla volontà e all’impegno del figlio Pietro che raccolse una settantina di articoli pubblicati tra il 1941 e il 1975 (sin quasi alla scomparsa) su L’Unione Sarda. La preziosa raccolta fu presentata da don Paolo De Magistris (Cagliari 1925 – 1998) politico, storico e raffinato scrittore. Fu esponente della Democrazia Cristiana, della quale fu uno dei fondatori in Sardegna, eletto sindaco di Cagliari per due volte (1967-1970 e 1984 – 1990) e consigliere regionale. De Magistris, anch’egli di aristocratica famiglia di Castello, e cugino di Pietro Ballero era un fine conferenziere e profondo studioso della città a cui dedicò articoli e saggi. Così fu naturale per lui presentare il libro nell’aula della Cittadella dei musei (12 dicembre 1985). In quell’anno occupava lo scranno di primo cittadino.

Copia di quella appassionante conversazione scritta a macchina e corretta a mano con le note dell’autore, è custodita nell’archivio personale di Pietro Ballero insieme ai numerosi ricordi del padre. Per sua gentile concessione riportiamo qui quel prezioso contributo per la costruzione di una biografia di uno dei giornalisti sardi più importanti del secondo Novecento. La vivace prosa di questo scritto è tipica dello stile di don Paolo, ma bisogna evidenziare che fu appunto una conferenza per un pubblico particolare (gli Amici del libro). Comunque una lettura molto coinvolgente con ricordi poco noti ai più e ovviamente sconosciuti alle nuove generazioni.

Cagliari ed altri scritti

di Paolo De Magistris

Antonio Ballero era nato nel 1905 e quindi l’avvenimento si colloca nel 1927. Era, allora, L’Unione al di là dei rapporti sempre stretti colla Federazione dei Fasci, già iniziati attorno al 1920 per la simpatia – non disgiunta da chiari interessi patrimoniali – da subito mostrata da Ferruccio Sorcinelli verso la forza emergente, era dicevo, L’Unione un ancor modesto foglio di provincia, con una prima pagina (che presto sarebbe stata compilata sulle veline del Minculpop) intereramente redatta con i dispacci della agenzia Stefani; con un modesto spazio riempito da stereotipe di pubblicità dell’Ischirogeno, dei busti Bernè; della Chinina Migone e con poche pretese letterarie di una terza pagina su cui qualche volta si esprimevano le intelligenze emergenti di una gioventù cagliaritana fatta attenta ai fermenti letterari e culturali esterni, fra cui, ben presto, sarebbero emersi Nicola Valle, Nino Fara, Sebastiano Deledda, Ernesto Concas, Francesco Zedda, etc…

Il cuore del giornale restava la pagina di cronaca cittadina, rimpinzata di trafiletto sulle beneficenze spocchiose (un carro di legna da ardere all’ospizio tal dei tali; 5 lire da parte del cavalier tizio in memoria del cavalier caio); di movimento del porto (è arrivata la tartana “Raffaele padre” con un carico di pozzolana); di modeste cronache giudiziarie dei processi svolti nelle polverose aule del tribunale di via San Giuseppe; di orari di tridui e novene; di resoconti di ferite lacero-contuse riportate da monelli ruzzolati nelle fughe precipitose per i vicoli di Castello o di Marina, o da donnette scivolate sull’acquaccio sbordato dai mastelli di un approssimativo bucato.

A destra Ballero con Mario Virzì, all’epoca giornalista de La Nuova Sardegna, poi passato all’Unione Sarda, nella sala consiliare del Palazzo Regio che ospitava il Consiglio regionale: da un filmato delle Teche Rai del 1964.

Poca e povera cosa che era il tutto espresso da una città sonnacchiosa, già dimentica dei violento scontri tra socialisti della Camera del Lavoro e nazionalisti: tra fascisti e sardisti, sedati dalla autorità mediatrice del generale-prefetto Asclepia Gandolfi e non ancora avvertita di un avvenire di rinnovamento e dinamismo che, invece, proprio in quegli anni, andava preparandosi nel fecondo incontro tra punte di una élite locale sensibile al nuovo e piani di espansione economica elaborati e sostenuti finanziariamente in quei centri “continentali” che avevano visto per la Sardegna una prospettiva di sviluppo nell’utilizzo agricolo e industriale dell’energia elettrica.

Non era quindi facile riempire una intera pagina di cronaca, quando persino i “mattinali” della Questura sembravano rifiutare il benché minimo soccorso.

Ad Antonio Ballero toccò questo lavoro, forse poco gratificante in sé, ma che egli seppe trasformare , per l’ironica attenzione ai fatti e agli uomini che vi stanno dietro, in una cosa viva.

Fu egli stesso a esprimere la desolazione del vuoto, una notte estiva, quando privo di un benché minimo spunto, buttò giù alcuni versi ritmici insieme scherzosi e rappresentativi della stagnante atmosfera cittadina:

“Solite cose-solita pace / tanto in Castello-quanto in Stampace / solito bimbo che si frattura / sotto le ruote della vettura…”

Il lavoro si svolgeva di notte e perciò costringeva a rovesciare le abitudini di vita; dormire di giorno, uscire di sera come i pipistrelli, rientrare a casa all’alba incontrandosi con gli spazzini dal sigaro “a fogu sintru”, con i lattai, con i primi frettolosi operai in corsa verso la Ferrovia o le “ceramiche”, colle vecchiette avviate alle prime messe dell’aurora.

Questo ritmo incise sul carattere di Antonio, facendolo apparire estraneo alla famiglia, agli amici, all’ambiente.

E forse fu questo un mondo ideale per lui, in cui si adagiò, in silenzio, quasi raggomitolato in sé stesso (era freddolosissimo) aperto solo ai segreti misteriosissimi colloqui bisbigliati con la madre.

A portare Antonio al giornalismo fu l’indubbia ereditaria propensione al maneggio della penna, ma fu anche l’impellente bisogno di uno stipendio, per una famiglia stretta dalla più assoluta per quanto dignitosa povertà.

Afferma con una delle sue folgoranti espressioni Tertulliano che il mistero della Redenzione è “ magia credibile quia incredibile est“.

Pensavo a questa forte espressione tutte le volte che riandavo ad accostare la tragedia greca come immagine familiare di casa Ballero cui per linea materna sono direttamente legato. La incredibilità di situazioni fuori della ordinaria dimensione umana che è propria delle drammatiche esplorazioni dell’incidenza del fato nei destini umani quali le descrivono Sofocle ed Euripide ed Eschilo, diventa veramente credibile quando esse, le tragedie greche vengono rivissute nella realtà.

Antonio Ballero a spasso in città (Archivio Ballero)

Una tragedia greca si è consumata, nell’implacabile svolgersi di un quarantennio, nella vicenda vissuta nel riserbo del decoro del ruolo, in casa Ballero.

Ricchezza materiale, cultura, prestigio professionale, acutezza – persino dolorosa – di intelligenza, furono distrutte dalla insidia stringente e pungente di un incredibile destino. 

O meglio, inghiottite le ricchezza, spezzate anzitempo le proiezioni di un brillante dominio professionale, cui in talun caso non fu estranea l’ostilità di un regime che non fu accettato perché lontano dalla temperie morale e culturale, restò l’acutezza dell’intelligenza che divenne il tormento, l’assillo della lotta contro l’oscurità e contro l’assedio della malattie e del bisogno. In questa tragedia emerge la figure di Niobe santificata dalla pietà cristiana: quella della Nonna, mia e di Antonio, che pianse tutte le lacrime e consumò tutti i rimpianti in una serenità di accettazione che la collocano nelle alte sfere dell’affinamento silenzioso dello spirito: è la Nonna di “Notte di Natale” (scritto a Venezia e uscito sull’Unione del 23 dicembre 1973, nel volume a pag. 146, ndr) colta però, ivi, in attimi di pausa della dolorosa vicenda.

Quando Antonio aveva 18 anni un drammatico avvenimento spezzò a 45 anni la vita del padre, avvocato principe, oratore travolgente, politico sfortunato, scrittore sarcastico e brillantissimo, osservatore acuto e implacabile della società cagliaritana.

Con Antonio restavano sette fratelli di cui la più piccola contava sei anni. A provvedere ai bisogni di una famiglia, di una compagnia così grande, nella totale assenza di risorse proprie, restò la solidarietà affettuosa dei parenti e la immensa, sconfinata fiducia nella Provvidenza e in sant’Antonio di Padova, assunto come intermediario efficacissimo da parte della Madre, Annetta Pes, sovrana indiscussa di una irrequieta corte – quattro figli e quattro figlie – che diventava poi numerosissima per l’aggiunta a macchia d’olio di amici, di amici degli amici e di amici degli amici degli amici.

La casa di piazza Martiri, dove essa troneggiava sulla bassa poltrona davanti al tabouret stracolmo di calze da rammendare, vigilata da San Giovanni Nepomuceno e da un’intera coorte di Santi e di Sante di antiche stampe o nelle immaginette popolari stipate nel libro di preghiere rigonfio, chiuso a forza da un elastico – era il porto di mare dove parenti, accattoni, sconosciuti, potevano liberamente entrare, non esistendo chiavistello alla porta, sedersi a fare conversazione e o anche solo a liberarsi da qualche peso corporale nel gabinetto aperto a chicchessia.

V’era di casa Evento e vi governavano Signora Maria (la sartina dei rigiri di pastrani e calzoni e camice con cui si andava avanti nella illusione di salvare il decoro formale) e Bonaccattu, la fedelissima, testimone dei tempi migliori, sostegno delle procellose vicende di salti mortali per cucire insieme pranzo e cena.

Tragedia e piccolo mondo, di una comunità familiare sorretta dall’humour e dalla strettissima coesione di vincoli di affetto profondi e intensi, sono i referenti su cui si è formato il personalissimo stile di Antonio Ballero, accattivate nella lucidità di una minuziosa mnemonica che tradisce l’intensità del ricordo e la soffusa tristezza del sentimento covati nella lunga notte del servizio giornalistico ed emersi irresistibili quando, girata la pagina della storia, avanzato negli anni, liberato dalla angustie, nel calore di una sua famiglia, l’amore per i suoi, lo struggente desiderio di fissare per sempre le immagini, viste, da ultimo, come luminosa fata morgana attraverso le pallide e lattiginose luminiscenze veneziane; di quella città piccola e vivibile, solare e intima, che aveva in fondo al cuore; di quei personaggi che aveva silenziosamente amato e – spesso ammirato – proruppero incontenibili nel fluire ritmico di “ricordanze” che bene l’amore della famiglia ha fatto raccogliere in questo volume, dove è Cagliari del primo mezzo secolo, questa città di cui per dirla con Baudelaire “la forma-change plus vite, que le coeur d’un mortel”; ma dove è soprattutto lui, Antonio, raggomitolato, assorto, poeta del ricordo dei silenzi, del desiderio di ciò che è inesorabillmente passato ma ha lasciato solchi indelebili di una commossa, struggente presenza. 

Fonti:

Archivio Pietro Ballero

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