L’ultima peste bubbonica

In Puglia 200 anni fa: analogie nella storia

Il primo morto fu un contadino appena rientrato dal paese vicino dove si era recato per vendere l’uva. Preso da febbre alta e vomiti morì rapidamente. Il giorno dopo toccò alla moglie. La gente cominciò a morire tutti i giorni. Ma trascorse più di un mese prima che scattasse l’allarme e le autorità locali prendessero iniziative per contrastare l’epidemia. Perché di questo si trattava e questa doveva essere combattuta con tutte le armi a disposizione. Per prima cosa fu istituito un cordone sanitario presidiato dall’esercito. Furono adottate misure severissime di profilassi, furono aperte case di osservazione dove sistemare i sospetti e un monastero-ospedale per ricoverare le persone colpite dal male. Chiuse le chiese e sospesa ogni funzione religiosa, furono vietati gli assembramenti e si ordinò alla popolazione di restare in casa. Divieto assoluto di ogni tipo di commercio con l’esterno, pena la fucilazione che in effetti fu praticata. Questi fatti, simili per certe analogie a ciò che stiamo vivendo oggi nel mondo col coronavirus, accaddero due secoli fa, nell’inverno tra il 1815 e il 1816 a Noja, l’attuale centro agricolo di Noicattaro a una decina di chilometri da Bari in mezzo a campi di vigne e di ulivi. All’epoca era nel regno dei Borbone, in piena restaurazione dopo la fine di Napoleone. L’epidemia portò via 800 dei circa 5300 abitanti del paese. È passata alla storia perché fu l’ultima peste bubbonica scoppiata in Europa. 

Le cronache di quei mesi vennero riportate con dovizia di particolari e precise statistiche in un volume uscito nel 1817 “Storia della peste di Noja” di Vitangelo Morea. Quei numeri ci dicono che il picco della mortalità si ebbe a gennaio (due mesi dopo i primi decessi), che morirono in egual misura uomini e donne, in prevalenza tra i 30 e i 50 anni, quasi tutti di condizioni sociali umili. A quella pestilenza è stato dedicato un convegno e un volume, “L’ultima peste” di Angelantonio Spagnoletti. Si sa che il morbo, scoppiato in Dalmazia, arrivò in Puglia con una partita di pellami di contrabbando. Eppure passò molto tempo prima che si accettasse di trovarsi davanti ad un’epidemia di peste, un morbo che in quel periodo non aveva ancora una cura e di cui non si conoscevano i mezzi di trasmissione. Quando finalmente ci si rese conto del pericolo, contando i morti e i contagiati quotidiani, si misero in atto le misure per bloccare la diffusione. In pratica, senza possibilità di cure, l’unica arma per contrastare la pestilenza fu l’isolamento sociale, un lockdown totale. La popolazione rinchiusa nelle case e sorvegliata dai soldati. Il comitato di medici (bisogna pensare ai sanitari dell’epoca) fece o potè fare ben poco tanto che nessuno di loro rimase colpito. Ci vollero oltre sei mesi per vedere la fine. 

Leggendo il copione di quella tragedia si ritrovano costanti similitudini nella narrazione delle epidemie (tutti oggi citano Manzoni, Thomas Mann e Camus) che ciclicamente colpiscono l’umanità. Per cominciare in mancanza di conoscenze (come per il Covid-19) la prima e in quei casi unica arma a disposizione è il lockdown, tanto più drastico e tempestivo con le zone rosse quanto più efficace. Il far rispettare queste misure alla popolazione è fondamentale, allora con i fucili dell’esercito, oggi con il bombardamento mediatico di autorità ed esperti, norme stringenti, multe salate e controlli delle forze dell’ordine. 

Essenziale per limitare e contrastare i contagi è la rapidità nelle azioni di prevenzione, che fu ritardata all’epoca, ma anche nello scenario di questi mesi ha avuto tempistiche diverse Paese per Paese. Le durissime misure adottate per fermare la peste – raccontano i documenti – funzionarono e riuscirono a fermare il contagio all’interno della stessa Noja e ad impedire che dilagasse nella penisola. Quella storia ricorda come ogni epidemia ponga una società davanti agli stessi dilemmi e contrasti. Soprattutto riguardo alle posizioni discordi sui modi e i tempi del lockdown, allora come oggi decisivo per uscire dal tunnel.  

Fonti:

L’Unione Sarda, 23.04.2020

Copyright©2018 www.CarloFigari.it - Privacy Policy - Cookie Policy