La guerra e il ruolo dei giornali

Mai in passato così immersi nell'informazione di un conflitto

Non possiamo dire di non essere informati. Il 79 per cento degli italiani tra i 18 anni e i 75 anni, pari a 34 milioni di utenti unici, resta collegato due ore e 16 minuti al giorno su smartphone o tablet dove le notizie scorrono in continuazione. Aggiungendo radio e tv si può restare a digiuno solo per libera scelta rinchiusi in perfetta solitudine in una stanza o per cause che non dipendono dalla nostra volontà. Senza trascurare i quotidiani in edicola e online disponibili sin dalle prime ore del mattino nell’edizione digital che, come avevano previsto e auspicato gli editori, ormai si è affermata ovunque entrando nell’abitudine comune dei lettori. Insomma, siamo in un mondo sempre connesso e immerso nella sfera della comunicazione totale dove anche la carta stampata continua a svolgere un ruolo fondamentale per la qualità dell’informazione, il prestigio delle firme, la pluralità delle analisi con la presenza in edicola di tante testate e di posizioni differenti all’interno dello stesso giornale. Il lettore in un Paese democratico ha piena libertà di scelta per farsi una propria opinione e questo bene prezioso riconosciuto dalla Costituzione (articolo 21) fa la differenza tra noi occidentali e chi, come i russi, hanno chiuso tutti i giornali non in linea con la propaganda e il lessico del Cremlino. 

La crisi economica che ha colpito il settore editoriale nell’ultimo decennio e la fruizione dei lettori legata alle tecnologie digitali, hanno eroso le vendite in edicola, ma non hanno intaccato il ruolo dei giornali che continuano a svolgere un lavoro essenziale. Lo dimostrano le cronache della guerra in Ucraina coperte puntualmente con decine di inviati italiani su ogni fronte del conflitto, le interviste e gli approfondimenti. Mai in passato c’era stato un tale sforzo di tutto il mondo (gli inviati sono circa duemila) e dei nostri media. La tv, costituisce da tempo il principale canale di informazione. Ma paradossalmente quei reporter dei giornali impegnati in prima linea – notiamo – sono gli stessi che poi vengono chiamati dalle televisioni per il racconto in diretta nei programmi in onda a tutte le ore.

I sondaggi dopo due mesi di guerra mostrano che quasi sette persone su dieci si ritengono (molto o abbastanza) informate sugli avvenimenti e l’evoluzione del conflitto. La maggioranza – sintetizza Linkiesta.it – giudica positivamente la rappresentazione della guerra offerta dalla tv. Tuttavia gli spettatori affermano di essere molto meno soddisfatti del ruolo svolto dai talk show che enfatizzano il conflitto in Ucraina, fino a trasformarlo in un «spettacolo permanente» nel quale, di fronte alle immagini della tragedia, recitano «attori» di diversa professione e impostazione. Esperti di geopolitica e di guerra, giornalisti, analisti, opinionisti, politici e militari hanno occupato la scena dove prima intervenivano altri «specialisti della paura», ovvero virologi e medici che si occupavano del Covid. 

In conclusione, da una parte possiamo dire di avere una copertura totale degli eventi nell’arco delle 24 ore, dall’altra c’è il serio rischio dell’assuefazione alle notizie e alle immagini (anche forti) che fa calare l’attenzione e l’emotività di chi guarda. A tavola si pranza passando dagli orrori di Bucha e dalle distruzioni di Mariupol, alle interviste di rito davanti a Montecitorio dei politici di passaggio, tra l’ennesimo femminicidio, le novità sul Covid e le ultime dello sport.

Nei sondaggi, come per i “no vax” durante la pandemia, emergono anche i numeri degli scettici. Secondo Demos, quasi una persona su quattro, ritiene l’informazione sul conflitto «distorta e pilotata» ed esprime un approccio negazionista, quasi complottista, ritenendo cioè che le notizie e le immagini dei massacri compiuti siano largamente false o falsificate. La diffidenza verso l’informazione sulla guerra – afferma il sondaggio – appare diffusa e politicamente trasversale, ma risulta particolarmente estesa nelle componenti che si collocano più a destra. Così – spiega il sociologo Ilvo Diamanti presidente di Demos –  possiamo assistere alle immagini e alla cronaca della guerra come se non ci riguardassero. Da spettatori. Tuttavia, siamo consapevoli che si tratta di uno spettacolo che ci potrebbe coinvolgere. Ed ecco che qui emerge sempre più forte il ruolo dei giornali che, in tempi come questi, aiutano a capire i retroscena e a ragionare sul presente.

Fonti:

L’Unione Sarda, 27.04.2022

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