Giustizia per Regeni

Un processo in Italia si deve fare

Per l’Egitto il caso Regeni è praticamente chiuso. Dopo il comunicato della procura del Cairo, col quale venivano “sospese” le indagini per mancanza di prove, è chiara la volontà di archiviare la vicenda della morte del giovane ricercatore friulano. Significa che nessuno dei quattro esponenti dei servizi segreti, messi sotto accusa dagli inquirenti italiani, verrà processato in Egitto. Inverosimili, false e persino imbarazzanti di fronte al mondo le versioni degli inquirenti egiziani prima sull’incidente stradale e poi sulla rapina firmata da una banda di criminali comuni. Tutto resta nelle mani della politica che nella catena della gerarchia – dai ministri al presidente Al Sisi – ha sempre negato spudoratamente l’evidenza dei fatti. Cioè che il povero Giulio Regeni nel gennaio del 2016 fu attirato in trappola, sequestrato, ferocemente torturato e ucciso da una squadraccia dei servizi segreti.

Secondo i magistrati italiani gli assassini hanno un nome e vanno processati: un generale, due colonnelli e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, che sarebbe stato il materiale torturatore e killer. A questo punto, fermo restando che il governo egiziano mai ammetterà l’omicidio e tantomeno consegnerà gli aguzzini, la verità potrà emergere solo da un processo in Italia contro i presunti responsabili che saranno giudicati in contumacia. 

Alla politica spetterà, invece, di prendere posizione e fare le mosse ufficiali a livello internazionale con atti importanti quali il ritiro dell’ambasciatore sine die, il blocco degli scambi economici e delle relazioni culturali. Decisioni pesantissime, lo capiamo, visto i rapporti strategici e affaristici tra i due Paesi. Ma ineluttabili.  

Solo in questo caotico scorcio di fine 2020, sembra che i nostri politici stiano cambiando marcia dopo cinque anni nei quali governo e parlamento hanno agito in ordine sparso, con basso profilo e timorosi delle reazioni a tutti i livelli. L’Italia, col ministro degli esteri Di Maio, ha chiesto l’intervento dell’Europa e una linea comune dei 27 Paesi nei confronti dell’Egitto per far rispettare i diritti umani e civili. Sul tavolo c’è il caso Regeni, ma anche la liberazione dello studente dell’università di Bologna Patrick Zaki, la difesa delle associazioni umanitarie, dei giornalisti, dei dissidenti arrestati e torturati a migliaia. Non ultimo, le relazioni nel Mediterraneo con il presidente Al Sisi che ha stretto il Paese in una morsa autoritaria.

Il presidente Al Sisi

In attesa della politica, la magistratura italiana può comunque fare il suo corso. Si attende ora la richiesta della procura di Roma sulla quale si dovrà pronunciare un giudice con un’ordinanza di proscioglimento (impensabile allo stato delle carte processuali in mano agli inquirenti) o di rinvio a giudizio, cui seguirà un processo presso la Corte d’Assise della capitale.  

Sappiamo che una verità giudiziaria e storica si potrà scrivere in un’aula di giustizia italiana anche se i colpevoli non finiranno mai in carcere, né pagheranno i danni. Ricordiamo un precedente molto simile che riguarda otto cittadini italiani, tra cui due emigrati sardi di Tresnuraghes, sequestrati, torturati e uccisi dai militari argentini nel 1976 durante la dittatura della giunta Videla. Per la morte del sindacalista Martino Mastino, del cognato Mario Bonarino Marras e di altri sei giovani connazionali, dopo estenuanti indagini anche lì ostacolate dalla magistratura e dalle autorità argentine, si giunse al processo svolto nei tre gradi di giudizio a Roma. In quel caso lo Stato italiano e anche la Regione Sardegna si schierarono parte civile a fianco dei familiari dei desaparecidos.

Ovviamente nessuno degli otto imputati si presentò in aula, lasciando agli avvocati il compito della difesa. Ma di fronte alle prove e alla sfilata dei testimoni, loro sì giunti numerosi dall’Argentina, si arrivò alla condanna definitiva pronunciata dalla Cassazione il 29 aprile 2004: ergastolo per i generali Guillermo Suarez Mason e Omar Riveros, mandanti degli arresti illegali, pesanti pene per un prefetto e per i cinque militari che sequestrarono e uccisero i due sardi. 

Una condanna simbolica, poiché i colpevoli non si potevano estradare, ma comunque storica e che ha aperto la strada ad altri processi in corso a Roma contro militari argentini e cileni.

 

Fonti:

L’Unione Sarda, 30.12.2020

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