Fosse Ardeatine, 335 croci

75 anni fa l'eccidio nazista dopo l'attentato di via Rasella

di Martino Contu

La carneficina delle Fosse Ardeatine del  24 marzo 1944 non fu l’unica e neppure l’ultima strage perpetrata dai nazisti a Roma durante l’occupazione militare  della capitale (8 settembre 1943 – 4 giugno 1944). Infatti, essa fu preceduta e seguita da altre stragi (Forte Bravetta, Pietralata, Ostiense, La Storta). La strage delle Fosse Ardeatine è un eccidio che ha colpito la coscienza collettiva di una città e di un’intera nazione e che è divenuto simbolo della lotta civile e militare contro il nazifascismo. 

La rappresaglia dopo via Rasella

La strage venne ordinata dal generale Albert Konrad Kesselring, capo delle truppe tedesche in Italia e dal generale Eberhard von Mackensen, comandante della XIV Armata impegnata sul fronte di Anzio, i quali fissarono il numero degli italiani che doveva­no essere fucilati per ognuno dei 32 tedeschi del Battaglione “Bozen” uccisi nell’attacco di via Rasella del 23 marzo 1944 dai partigiani dei Gruppi di Azione Patriottica (G.A.P.). La proporzio­ne era di dieci a uno. 

Kappler e la lista dei 320

Il ten. col. Kappler dopo l’arresto

Il tenente colonnello delle SS Herbert Kappler, capo del Servizio di Sicurezza (SD) in Roma, fu incaricato della compilazione della lista dei giustiziandi. In essa vennero inclusi uomini considerati pericolosi per la loro attività politica e militare, 75 ebrei ed anche persone completamente estranee alla Resistenza, senza alcun precedente, in parte arrestate durante il rastrellamento di via Rasella, e altre ancora, tutte recluse nel braccio tedesco – il terzo – del carcere di Regina Coeli e nelle prigioni di via Tasso. In tutto 270 uomini. Tra questi anche nove sardi.

Le 50 vittime mancanti vennero richieste alla polizia italiana la cui lista, compilata dal tenente Pietro Koch e dal questore di Roma Pietro Caruso, comprendeva diversi militari e militanti della Resistenza, in particolare azionisti, rinchiusi tra il sesto braccio del carcere di Regina Coeli rimasto sotto giurisdizione italiana — e l’albergo prigione della banda Koch.

Verso le 2 del pomeriggio del 24 marzo 1944 le vittime designate cominciarono ad essere tratte dalle loro celle, senza preavviso, spogliate, legate con le mani dietro il dorso, caricate su furgoni e trasportate alle Cave Ardeati­ne, alla periferia della capitale.

La strage degli innocenti: 335 vittime

Le Fosse Ardeatine: foto dell’archivio storico del Mausoleo

Alle ore 20 circa le SS di Kappler avevano concluso la carneficina. Erano stati assassinati non 320 uomini, ma 335. 15 in più. Dieci furono trucidati per decisione di Kappler, quando seppe della morte del 33° soldato tedesco ferito in via Rasella, sorpassando così i limiti della pro­pria autorità poiché aveva avuto l’ordine di fucilare 320 uomini, tutti quelli inclusi nella sua lista e in quella di Caruso. Cinque altre perso­ne, forse per errore o forse perché inseriti nella lista del capo dell’SD all’ultimo momento, risultavano fucilate, corpi senza vita, sovrappo­sti agli altri cadaveri già ammassati nelle gallerie delle Cave.

La strage «non fu rappresaglia di guerra! I fatti del 23 marzo ne furono il pretesto non la causa! […]. L’eccidio – rievocò, la vigilia del primo anniversario del massacro, alla Radio “Voce dell’America”, il prof. Attilio Ascarelli, il medico legale che esumò e identificò le salme dei martiri ardeatini – fu freddamente disposto e premeditato da comandi responsabili, si abbatté su individui estranei ai fatti antecedenti, tutti innocenti. Fu un sacrificio di vittime non l’esecuzione di ostaggi».

I nove sardi uccisi

Alle Fosse Ardeatine morirono – prelevati dalle carceri dove erano detenuti per attività antinazista – alcu­ni sardi appartenenti alla colonia dei residenti isolani che a Roma era quasi tutta impegnata nella lotta clandestina: Giuseppe Medas, Salvatore Canalis, Ignazio Piras, rispettivamente 18°, 40° e 45° della lista di Caruso. Fra le vittime dell’eccidio, quasi sicuramente inserite nella lista – mai più ritrovata – di Kappler, figuravano altri sei sardi: Pasqualino Cocco, Gavino Luna, Candido Manca, Sisinnio Mocci, Agostino Napoleone e Gerardo Sergi.

Fonti bibliografiche

ATTILIO ASCARELLI, Le Fosse Ardeatine, Palombi, Roma 1945 e le successive edizioni aggiornate e ampliate (Canesi, Roma 1965; Silva e Ciarrapico, Roma 1974; ANFIM, Roma 1984, 1989, 1992, 1997, 2001);

– MARTINO CONTU, I Martiri Sardi delle Fosse Ardeatine. I militari, AM&D, Cagliari 2012;

– MARTINO CONTU, MARIANO CINGOLANI, CECILIA TASCA, I Martiri Ardeatini. Carte inedite 1944-1945. In onore di Attilio Ascarelli a 50 anni dalla scomparsa, AM&D, Cagliari 2012;

– MARTINO CONTU, MARIANO CINGOLANI, CECILIA TASCA, I Verbali inediti di identificazione dei Martiri Ardeatini 1944-1947, AM&D, Cagliari 2012;

– MARTINO CONTU, SILVIA HAIA ANTONUCCI, GEORGES DE CANINO, SIRA FATUCCI, RINA MENASCI, AMEDEO OSTI GUERRAZZI, CLAUDIO PROCACCIA, MARTA RAVENNA LATTES, Le Fosse Ardeatine. Dodici storie, Gangemi International, Roma 2020.

Chi è Martino Contu

Martino Contu (Cagliari, 1965), docente a contratto presso l’Università di Sassari, è direttore della rivista scientifica «Ammentu. Bollettino Storico e Archivistico del Mediterraneo e delle Americhe».

Console onorario dell’Uruguay a Cagliari dal 2009, è autore di numerosi contributi sull’emigrazione italiana e mediterranea insulare in America Latina e, più specificatamente, in Uruguay, tra Ottocento e Novecento. Ha pubblicato numerosi saggi, articoli e monografie sulla storia contemporanea d’Italia e della Sardegna. Il suo maggiore contributo va alla ricerca storica con i volumi sulle biografie dei Martiri sardi e sugli archivi di Macerata con la documentazione del prof. Ascarelli.

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