Il Calvario dei Landsturmer

Nel 1915 arrivarono a migliaia
Da L'Unione Sarda - 19.01.20018

Durante la Prima guerra mondiale l’Asinara fu trasformata in un grande campo di prigionia che arrivò a contenere oltre 24 mila militari delle più svariate nazionalità dell’esercito austro-ungarico. Nonostante gli sforzi enormi degli italiani per raccogliere umanamente una massa così numerosa di uomini in un’isola che sino all’inizio delle ostilità ospitava non più di cinquecento persone, morirono a migliaia per malattie e stenti. L’emergenza durò otto mesi, dal dicembre 1915 quando arrivarono le prime navi provenienti da Valona, in Albania, con i primi contingenti di prigionieri, e si concluse nell’estate del 1916 con la partenza di 16 mila soldati trasportati in Francia per finire in altri campi di concentramento oppure rimandati al fronte per combattere a fianco dei francesi contro gli ex commilitoni. Una storia terrificante, quella dei prigionieri austro-ungarici, ricordata dai diversi cimiteri sparsi nell’isola e divisi per nazionalità, oltre da documenti e fotografia in mostra nel museo di Cala d’Olivo.

Oggi i turisti mentre ammirano le bellezze naturali e il mare unico dell’isola, vagano tra le croci delle tombe, osservano l’ossario e la cappella degli austriaci, notano qualche scultura scolpita da ignoti artisti di origini lontane. Sinora questa tragedia è stata raccontata dalle fonti italiane note, partendo dalla relazione ufficiale del generale Giuseppe Ferrari comandante dell’isola. Si conosce la generosità e la solidarietà dei sardi chiamati a dare il loro contributo con quel poco che avevano in tempo di guerra come pane, coperte e vestiario. Si sa che molti prigionieri furono inviati in alcune zone del Sulcis, in Ogliastra e a Sinnai per lavorare nelle miniere e la terra dove mancavano gli uomini mandati al fronte. Ma poco o niente documenta i nomi e le voci di tante lingue diverse di quei militari prigionieri che componevano il multietnico esercito imperiale.

copertina libro

IL LIBRO. In occasione delle commemorazioni per il centenario della Grande Guerra è uscito di recente il poderoso volume “Dai Balcani all’Asinara. Il calvario dei Landstürmer tirolesi nella Prima guerra mondiale”, pubblicato a Trento dal Comitato storico Ludwig Riccabona e realizzato dagli studiosi Marco Ischia e Giovanni Terranova. Il primo docente dell’università trentina, l’altro appassionato ricercatore della memoria dei suoi corregionali che, per un decennio, ha frequentato assiduamente l’Asinara in cerca delle tracce dei soldati tirolesi reclusi e molti sepolti in terra sarda.

Oltre 600 pagine raccolgono il loro lavoro, il primo in lingua italiana sulla vicenda dei soldati tirolesi basato su numerose fonti bibliografiche, dell’epoca e non, fonti provenienti da banche dati e vari archivi storici, articoli pubblicati sui giornali di guerra del periodo, testimonianze in lingua tedesca, francese, ceca, ungherese, inglese e russa. Alla prima parte, dedicata alle vicende sul fronte balcanico, segue il racconto della prigionia di guerra all’Asinara. Prigionia protrattasi anche dopo il conflitto per circa 500 tirolesi di lingua italiana ai quali si unirono nel 1919 i reduci dalla Russia che, a guerra conclusa, finirono lì internati perché potenziali “portatori di bolscevismo”. Il destino dei reduci della Serbia si incrocia con quello di altri tirolesi e commilitoni dell’esercito austro-ungarico provenienti dai fronti dell’Isonzo e del Trentino.

UN CALVARIO. Dalle pagine di questo libro emerge un racconto di sofferenze, che nella Grande Guerra difficilmente trova eguali. <<Non un’odissea – sottolinea Terranova – ma un Calvario, un cammino di dolore iniziato con la sconfitta dell’esercito austro-ungarico nel dicembre del 1914 sul fronte serbo>>. Qui furono catturati 76.500 uomini, tra cui 4 mila appartenenti al 1° reggimento e al 27° battaglione del Landsturm tirolese chiamati alle armi per difendere i confini regionali e invece spediti subito in prima linea. I prigionieri vennero incolonnati e spinti tra le montagne da Nis sino a Valona. Nella prigionia in Serbia e nella successiva “marcia della morte” perì più di metà degli uomini per stenti, freddo e malattie. I sopravvissuti, circa 26 mila, furono trasportati all’Asinara nel primo ponte navale umanitario della storia della Marina italiana. Circa duemila morirono durante quel drammatico esodo per mare e altri 8500 nell’isola, in gran parte per il colera. Terranova descrive la drammatica esistenza dei superstiti sino alla partenza per la Francia.

 

 

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