I conti aperti dell’Argentina

La scomparsa di Santina Mastinu

Dall’Argentina arriva la triste notizia della morte di Santina Mastinu, originaria di Tresnuraghes, una delle donne simbolo nella lotta per i diritti umani. Aveva poco più di settant’anni ed ha trascorso gran parte della vita a chiedere giustizia per i suoi cari vittime della feroce dittatura militare che tra il 1976 e il 1983 causò oltre 30 mila “desaparecidos”. Sequestrati, torturati e scomparsi. L’Argentina non ha mai chiuso i conti con quel tragico periodo e, nonostante numerosi processi contro i principali responsabili dei sequestri e delle uccisioni, ancora si trascina dietro i fantasmi del passato.

Alcuni di quei militari sono stati condannati e sono finiti in carcere, i più anziani sono morti (come il generale presidente Jorge Rafael Videla che guidò il golpe), ma c’è chi è rimasto impunito e si gode la pensione vivendo magari nello stesso quartiere dove abitano i familiari delle sue vittime. Come è accaduto a Santina Mastinu che ha continuato a vedere alcuni di quei carnefici, condannati in contumacia dalla giustizia italiana, ma mai perseguiti in patria.

<<Mia madre non aveva più voglia di combattere, era depressa e stremata dal dolore>> dice la figlia Vanina in un breve messaggio inviato agli amici in Italia. Il 22 maggio del 1976 aveva solo due anni quando una squadraccia di quattro militari arrivò nell’isoletta di Paycarabì nel delta del Paranà. Cercavano Martino Mastinu, detto “El Tano” (l’italiano), giovane leader del sindacato operaio dei cantieri navale della città di Tigre, che lì si era nascosto nel podere di un compaesano sardo. Vanina era in braccio al padre Mario Bonarino Marras, che fu scambiato per Martino e ucciso. El Tano, invece, riuscì a fuggire. Verrà catturato un mese dopo, a casa dei cugini Demontis nel rione Pacheco a Buenos Aires, e portato in un carcere clandestino. Di lui non si seppe più niente. Ma nei tre processi che si svolsero a Roma tra il 1999 e il 2004 fu provato che il giovane emigrato venne gettato vivo nell’oceano da un aereo durante i “voli della morte”. Uno dei metodi che venivano usati dai militari per far sparire i prigionieri.

 

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E’ una storia in cui c’è molto di sardo: i protagonisti sono tutti di Tresnuraghes, da dove partirono oltre 500 emigrati su 5 mila abitanti a metà degli anni Cinquanta. Santina era la moglie di Mario Bonarino Marras e sorella di Martino. Anche lei fu sequestrata e torturata per costringerla a svelare dove si nascondesse il fratello. Una sera la seguirono e giunsero sino all’ultimo rifugio di El Tano. Santina ha convissuto sempre con questo dolore, sentendosi responsabile in qualche modo della morte del fratello. Ma da allora si è sempre battuta con coraggio per testimoniare ai processi contro i sequestratori che ben conosceva. La madre Maria Manca nel 1977 divenne una delle fondatrici dell’associazione delle donne che, col fazzoletto bianco in testa, ogni giovedì manifestavano in Plaza de Mayo davanti al palazzo del presidente per chiedere giustizia. Ci è andata sino a quando ha potuto, ormai vecchia e malata.

Maria Manca e Santina sono venute a Roma per testimoniare nei processi che si sono conclusi con le condanne all’ergastolo di due generali responsabili della repressione e pesanti pene per i quattro componenti la pattuglia dei sequestratori. I giudici romani hanno inoltre sancito il risarcimento per due miliardi di lire da dividere tra i familiari. Le sentenze italiane rappresentano un’importante vittoria giuridica e morale a livello internazionale, ma l’Argentina non ha saputo (o meglio voluto) fare altrettanto.

In mancanza di un trattato di estradizione nessuno è mai finito in carcere (se non per altri reati) e non è stato pagato alcun risarcimento. Le due donne se ne sono andate dopo una vita di dolore e di lotta, senza aver mai avuto giustizia piena da un tribunale argentino.

Ma Marras e Mastinu, proprio grazie a quei processi romani, non saranno dimenticati. E se i militari avevano pensato di nascondere i loro crimini non ci sono riusciti. La storia non li assolverà mai.

Carlo Figari

Fonti:

L’Unione Sarda, 9.6.2018

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