Ricordo di Don Paolino Fancello

Lo stretto legame con gli emigrati sardi in Argentina

Don Paolino Fancello, scomparso nei giorni scorsi all’età di 83 anni, è stato ricordato con grande partecipazione e commozione a Sedilo, suo paese natale, e in tutti i luoghi dove ha vissuto attivamente la sua missione evangelica in parrocchia, l’impegno sportivo da praticante e dirigente, la passione giornalistica in Radio Planargia da lui fondata e guidata come seguitissima voce della provincia. Ma qui vorrei ricordare il don Paolino degli emigrati oltre che, con i collegamenti domenicali radiofonici tra la redazione di Bosa e Buenos Aires, con il costante rapporto che lo univa a tanti figli di Sardegna trapiantati oltre Oceano. Solo nel piccolo centro di Tresnuraghes a metà degli anni Cinquanta emigrarono in Argentina circa 500 paesani, su una popolazione di cinquemila abitanti, che andarono a vivere e fare comunità nella metropoli platense. Fu lui a metà anni Novanta ad accogliere nella chiesetta di San Marco Giovanni Mastinu durante uno dei rari ritorni in paese, il quale alla fine della messa raccontò del figlio Martino, sindacalista nei cantieri navale di Tigre, sequestrato e ucciso nel 1976 poco dopo la presa di potere dei militari golpisti. Don Paolino registrò la voce commossa dell’anziano emigrato che poi trasmise in uno dei suoi programmi radiofonici.

La moglie di Giovanni era Maria Marras, una delle prime coraggiose madri di Plaza de Majo che ogni giovedì, e per molti anni, continuarono a sfilare in silenzio davanti al palazzo presidenziale per chiedere giustizia sulla tragica scomparsa dei loro congiunti. Giovanni donò a don Paolino la foto di Martino, la stessa che la signora Maria in plaza de Majo portava al collo indossando il fazzoletto bianco con cucite le date di nascita e di sequestro del figlio. Quella foto da allora si trova appesa nella chiesetta degli emigrati a cinque chilometri da Tresnuraghes ed è l’ultimo ritratto di Martino, chiamato El Tano (l’italiano) dagli operai dei cantieri navali.

Nel 1997 quando a Roma si aprì il procedimento giudiziario contro i militari argentini accusati del sequestro di Martino, dell’uccisione del cognato (pure di Tresnuraghes) Mario Bonarino Marras, e di altri sei italiani, iniziai la mia inchiesta giornalistica sui desaparecidos sardi per conto de L’Unione Sarda. Fu così che incontrai don Paolino. Mi fece ascoltare la voce di Giovanni che si chiedeva che fine avesse fatto il povero figlio sequestrato da una squadraccia di militari e mai più visto. Aveva solo 27 anni. Al processo, svoltosi nel 2000 a Roma, si seppe che venne rinchiuso in un carcere clandestino, torturato e poi gettato vivo da un aereo sul Rio della Plata. Come El Tano scomparvero trentamila argentini. In Italia dopo tre processi si arrivò alla condanna di tutti i militari sotto accusa, ma nessuno ha mai pagato.

Don Paolino, insieme all’indimenticato legale dei familiari e politico comunista Luigi Cogodi, si battè per far conoscere a tutti la storia dei due sardi e a loro fece intitolare il centro sociale annesso alla parrocchiale di Tresnuraghes. Accompagnò un folto numero di parenti a Buenos Aires per conoscere la realtà degli emigrati e accolse per molti anni coloro che tornavano da Buenos Aires per testimoniare nei processi. Così don Paolino diventò un punto di riferimento per tutti gli emigrati sardi. E così lo vogliamo ricordare.

Fonti:

L’Unione Sarda, 22 marzo 2026, pagina Lettere e Commenti

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