Antonio Ballero: 1905 – 1976

Raccolta di articoli nel volume dedicato a Cagliari

Nel raro volume “Le case di fango / Cagliari ed altri scritti” sono raccolti 68 articoli di Antonio Ballero, usciti su L’Unione Sarda nell’arco di un quarantennio. L’articolo più datato, dedicato alla pasticceria Tramer di piazza Martiri simbolo di una città tra Ottocento e metà del Novecento, risale all’11 novembre 1939. C’è poi una chicca di ricordi del ginnasio e dello zero in italiano che venne inflitto al futuro grande giornalista da una giovanissima maestrina (14 settembre 1941). Per passare all’articolo del 20 ottobre 1946 che ha ispirato il titolo per l’intero volume: “La casa di fango“, una immagine simbolo che riassume la drammatica arretratezza e povertà dell’intera Isola, già devastata dai bombardamenti del 1943 e dal duro periodo della guerra. Malaria e miseria sono le stigmate dei sardi molti dei quali, sia nelle città maggiori come il capoluogo sia nei paesi campestri, costretti a vivere in condizioni pietose. «I sottani cittadini e le case di fango dei villaggi stanno a testimoniare questo ritardo di secoli nel civile evolversi dell’umanità, questa eterna sosta nel rapido cammino della vita» scrive Ballero; «Se poi sull’isola si scatena la natura con tempeste e alluvioni, tutto viene spazzato via e restano i morti da contare e piangere.

Ma intanto là dove è passata la morte sono rimaste altre case di fango. Domani quanto le acque avranno defluito e la terra ritornerà asciutta, l’umile gente riprenderà la fatica a ricostruire le case distrutte con gli stessi mattoni raccolti e racimolati qua e là. E così risorgeranno le case di fango. Facciamo che non sia così, che non sia più così. Diamo loro (i nostri politici, ndr) il modo e i mezzi  per costruirsi una casa migliore una vera casa, accogliente e sicura. Facciamo sì che nell’epoca di tutti i progressi, non siano più e soltanto fango e miseria, la casa e la vita della nostra gente».

Da queste brevi righe la denuncia di un’isola arretrata, cresciuta solo nella retorica del ventennio, immiserita ancor di più dalla guerra, e con la pace della nuova repubblica italiana speranzosa di una rinascita e di uno sviluppo. Gli articoli prescelti per questo volume comprendono gli anni ’50, ’60 e ’70, raccontando e soprattutto documentando quasi mezzo secolo della nostra isola e di Cagliari, la sua città del cuore che continuerà a descrivere e fissare nei suoi famosi foglietti di carta prima di essere trascritti nel piombo tipografico del giornale, anche nell’ultimo periodo della pensione vissuto a Venezia. 

Pietro, il figlio ambasciatore

Il volume fu un’idea del figlio Pietro, sostenuto dalla dirigenza (all’epoca direttore era Gianni Filippini) e proprietà del giornale, come «doveroso omaggio al padre dalla famiglia, dal quotidiano in cui profuse ogni sforzo della vita non solo professionale, e dalla sua amata città che non lo avrebbe dovuto dovuto dimenticare», nei ringraziamenti a chiusura del volume. Pietro Ballero, primo di due figli, nacque a Roma nel 1944 proprio nel periodo in cui il padre si era recato nella capitale per cercare fondi e aiuti necessari per poter riaprire e pubblicare L’Unione Sarda dopo le devastazioni dei bombardamenti. Soprattutto non si riusciva più a trovare carta per stamparlo. Rientrata la famiglia a Cagliari solo nel 1946 il giovane Pietro seguì nel capoluogo gli studi e l’Università intraprendendo nel 1975 la carriera diplomatica. Intenso e brillante il suo lavoro nei numerosi incarichi che venne chiamato a svolgere a Roma, presso la Farnesina, e all’estero i diverse sedi di consolati e ambasciate. Tra questi Bruxelles (presso la Cee), Kabul (Afghanistan), Shangai (Cina), Kinshasa (Uganda) e Dhaka (Bangladesh). 

Il volume del 1985

Il volume stampato da Serafini (prima edizione Roma, dicembre 1985) per iniziativa del figlio Pietro «è stato possibile grazie anche all’attestazione di stima che L’Unione Sarda ha voluto dare a una delle sue penne migliori». Il curatore spiega che «la successione degli articoli non è cronologica. Abbiamo preferito lasciarli liberi più o meno secondo gli argomenti, come libero è sempre stato lo stimolo che da differenti luoghi e in epoche diverse li ha ispirati. Supponiamo che ciò non possa disturbare il lettore semmai intricarlo ancor più, immergendolo insieme con l’autore tra racconti freschi di cronaca e memorie filtrate nella riflessione».

La presentazione del libro

Il volume, distribuito nell’Isola dall’editore Salvatore Fozzi (edizioni Della Torre) attualmente è reperibile in una cinquantina di biblioteche, in particolare nel capoluogo alla comunale Mem, alla Universitaria, nel polo umanistico di Sa Duchessa e in altre ancora. Fu presentato a Cagliari giovedì 12 dicembre 1985 nell’aula conferenze alla Cittadella dei musei, nel cuore dell’amato rione Castello. A illustrare la figura del giornalista e i contenuti dell’opera furono chiamati il direttore de L’Unione, Gianni Filippini, il vicedirettore Vittorino Fiori e il professor Antonio Romagnino, fine letterato, docente e scrittore, nonché presidente della storica associazione “Amici del libro”. Quel giorno il quotidiano pubblicò con grande evidenza un magistrale articolo dello stesso Fiori che annunciava l’evento e tracciava per i lettori il ricordo del personaggio Ballero. “Memoriale cagliaritano”, è il titolo; “Antonio Ballero ha raccontato la sua città andando alla ricerca del tempo perduto”, il catenaccio. A corredo un significativo disegno del famoso pittore, illustratore e pubblicitario Tarquinio Sini ((Sassari, 1891 – Cagliari, 1943) morto sotto i bombardamenti che il 17 febbraio colpirono la città. Il figlio Gian Tarquinio, a cui venne dato lo stesso nome, entrò giovanissimo nella redazione guidata da Ballero e fece una brillante carriera di cronista sino ai vertici del giornale. Nella vignetta, intitolata “La ciurma”, Sini fissa sulla carta un momento della lavorazione del quotidiano, con le caricature dei singoli personaggi, dai giornalisti ai tipografici. Qui riproduciamo il PDF della pagina (UnioneSarda12-12-1985).

Di seguito riportiamo una sintetica biografia che meglio sarà definita nell’introduzione di Vittorino Fiori e nei successivi post che pubblichiamo in questo sito con un saggio di Gianni Filippini e il testo della presentazione di Paolo De Magistris. Nel 1985 – come detto – Gianni Filippini era direttore de L’Unione Sarda, mentre Vittorino Fiori (Selargius 1924 – Cagliari 2009) era vicedirettore e capocronista prendendo il posto proprio di Ballero, nonché direttore de L’Informatore del lunedì. Entrambi ebbero modo di conoscerlo a fondo e di lavorare fianco a fianco : il primo entrò al giornale nel 1953 e Fiori nel 1947. De Magistris, oltre che cugino e amico, in quell’anno era sindaco del capoluogo. 

La biografia

Antonio Ballero nacque a Cagliari il 28 dicembre 1905. Il padre Francesco, celebre avvocato, e la madre Annetta Pes di Villamarina appartenevano entrambi alla più antica nobiltà sarda. Entrato giovanissimo nel quotidiano L’Unione Sarda, fu per oltre quarant’anni acuto e affettuoso interprete della vita della sua città. Scrittore elegante, oltre che cronista puntuale, diede il meglio di sé negli ultimi anni quando lasciò il giornalismo militante e si trasferì a Venezia dove la nostalgia gli dettò, nella misura dell’elzeviro, pagine tra le più ispirate e struggenti che siano mai state dedicate a Cagliari. Morì a Venezia il 17 dicembre 1976.

Introduzione al libro

di Vittorino Fiori

Vittorino Fiori (Foto realizzata con AI).

Antonio Ballero, cagliaritano, morì esule a Venezia, sulla soglia dei settant’un anni, nel 1976, in una delle ultime notti d’autunno. Nella sua vita di giornalista le ore notturne erano sempre state le più intense: quello che lo vedevano curvo su foglietti che riempiva con una scrittura minuta. Se li faceva tagliare su misura in tipografia, li metteva in tasca e spesso lo tirava fuori sedendosi al tavolino di un caffè com’era nell’uso di un giornalismo che ancora sapeva di scapigliatura.

Scriveva tranquillo con la sua penna stilografica, davanti alla tazzina dell’espresso che si andava a poco a poco raffreddando. Non volle mai arrendersi alla macchina da scrivere. Fu una delle firme più seguite de L’Unione Sarda tra gli anni Trenta e il lungo dopoguerra. Ricordo quando tornò in redazione dopo la parentesi della guerra: era andato a Roma per cercare di rimettere su il giornale fermato dai bombardamenti che avevano distrutto Cagliari nel 1943 e non era più riuscito ad entrare. Riapparve dopo più di tre anni. Il suo primo articolo fu un breve corsivo: “Una tazzina di caffè”. Gli bastò una esigua colonnina per centrare il tema della città che veniva su dalle macerie ritrovando il gusto delle piccole abitudini quasi dimenticate (il sorso di caffè-caffè appunto, dopo tante tazzine d’autarchico carcadé). 

L’invito a Mussolini

Detestava la retorica. Era riuscito a farne a meno – caso abbastanza insolito – anche quando il giornale veniva scritto nella falsariga delle quotidiane disposizioni del Minculpop. Non posava certamente da avversario del regime, ma se metteva la divisa d’orbace era capace di presentarsi con uno stivale nero ed uno giallo. Si diceva fosse distrattissimo, ma qualche volta lo era di proposito. Quando Mussolini venne a Cagliari infilò nel suo articolo in prima pagina un invito a guardarsi attorno, durante il viaggio: osservasse bene – lungo le strade della Sardegna – le facce dei contadini ingiallite per la malaria, le facce dei minatori scavate dalla fatica. Cito a memoria. Chi ricorda quegli anni sa perché certe cose non si dimenticano facilmente.

Le dita di una mano sono troppe per contare quelli che a Cagliari facevano del giornalismo da professionisti, in quegli anni. Fu uno dei primi, ci raccontavano di lui – in tipografia – storie straordinarie. Ora che i vecchi, uno dopo l’altro, se ne sono andati, restiamo in pochi a sorriderne. Il Ballero che esce da quei racconti ormai lontani è un personaggio che alterava malinconici silenzi a folgoranti battute, un aristocratico senza iattanza, con la vena ironica dell’antico cagliaritano.

Gli ultimi anni a Venezia

Questa sua misura doveva affiorare, rompendo l’argine di un gelosissimo pudore dei sentimenti, quando nel 1971 lasciò insieme il lavoro e la città. Il “pensionato” Ballero volle vivere a Venezia e di lì continuò a scrivere assorto nei ricordi, seduto al tavolino di un caffè riempì per anni i foglietti che continuava a stipare nelle tasche sformate. Scriveva elzeviri che L’Unione Sarda pubblicava in terza pagina all’insegna di “Memorie di tempi lontani”, La chiave di quelle “memorie” è in una pagina autobiografica che racconta di una giornata nebbiosa dentro la quale passeggiare in una Venezia invernale era come spingersi più a fondo in una solitudine a lungo asceticamente vagheggiata. Una solitudine necessaria – spiegava – per tornare indietro nel tempo per pensare a una Cagliari finita per sempre. Il sapore letterario di quella sua “ricerca di un tempo perduto” non andava a scapito dell’esattezza delle annotazioni cronistiche entro i cui contorni si materializzava l’immagine della città: Ballero raccontava persone e cose di quella Cagliari remota come se ancora ci vivesse dentro da cronista attentissimo. 

Pagine che resteranno

Sono pagine che resteranno: raccogliendole ora in un volume si rende omaggio non solo alla memoria di Antonio Ballero ma anche e soprattutto alla città che pochi hanno saputo raccontare e interpretare con tanta acutezza. C’è, tra queste pagine, quella dedicata da Ballero a Sant’Efisio che dopo i bombardamenti lasciava Cagliari ballonzolando sul cassone del camion di un lattaio su cui la statua era stata inchiodata. Perché il viaggio rituale verso Pula si compisse anche nel momento più disperato e nero di tutta la storia della città. Chi la rilegge non ha bisogno d’altro per dare un giudizio definitivo sul giornalista e sullo scrittore.

Romantico nel cuore

Sfogliando i vecchi giornali dove appare la sua firma, si capisce anche l’uomo. Puntuale commentatore dei fatti quotidiani, indugiava con tenerezza sulle piccole vicende che gli facevano sentire il polso della città. Cagliaritano tra i cagliaritani, provava fastidio per la crescita troppo impetuosa dei nuovi quartieri sempre più lontani dal suo amatissimo Castello: quando lasciò infine Cagliari per Venezia, lo fece – come abbiamo visto – per raccogliersi nel ricordo del tempo perduto con un atteggiamento cui si addice un aggettivo decisamente demodé: romantico. Antonio Ballero ha trascorso gli ultimi suoi anni nella città più romantica del mondo perché era la sola che – collocata fuori del tempo – potesse ormai essergli congeniale. 

Gli articoli del libro

Presentiamo di seguito l’indice degli articoli con la data di uscita su L’Unione Sarda.

https://www.carlofigari.it/caffe-incontro/

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